La magia della caccia: i cacciatori, i cani, la selvaggina, i fucili, le cartucce

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Autore: Renzo Stella

Titolo: La scuola

racconti di caccia

Camminava lentamente lungo il sentiero polveroso, la sua mente era affollata di pensieri, troppi per una testa sola.

Il cane lo guardava dal basso girando ogni tanto lo sguardo ed interrogandolo senza emettere alcun suono; non capiva, l’animale, cosa stesse facendo e perché si comportava in quel modo strano il suo padrone, normalmente euforico in queste giornate.

L’uomo fissava l’orizzonte e camminava, camminava diritto, sollevando con gli scarponi polvere sottile che gli imbiancavano il risvolto dei pantaloni.

Il cane, senza aver avuto l’ordine di correre libero starnutiva ripetutamente per tutta quel fango disseccato che gli riempiva le narici; ogni tanto un’energica scrollata levava buona parte di quel talco maledetto dal suo pelo; inutilmente.

Il sole già alto nel cielo e l’aria assente rendevano l’atmosfera calda e appiccicosa pur essendo già in ottobre inoltrato.

Ai lati del sentiero praterie di medica ed erbacce ormai rinsecchite avrebbero dato un poco di sollievo a quella povera bestia, ma la sua educazione non gli permetteva nemmeno di superare  i piedi di quell’uomo silenzioso e greve, che tanto non gli avrebbe permesso nulla di più di quello che stava già accadendo.

Il silenzio era totale, interrotto solamente dal cinguettio di qualche passero curioso e maleducato, forse allarmato, sicuramente incurante della necessità di silenzio di quei due viandanti.

La brezza creata dalla calura, anche se poca, ogni tanto creava piccoli mulinelli in quella polvere biancastra che si sollevava da terra come  animata dalle streghe e prendeva a vorticare velocemente, alzandosi qualche centimetro, per poi ricadere scomposta a coprire qualche foglia secca caduta lì per volere del vento.

L’uomo guardava l’orizzonte e camminava lento, evitava con cura di calpestare i rametti secchi che incontrava, sicuramente per non far rumore, la mano abbassata e aperta era il segnale per il cane di continuare il passo a fianco a lui, senza sorpassarlo, sebbene l’animale avesse voluto partire in una corsa prepotente e frenetica.

Ora si fermò, quell’uomo, si abbassò con il resto del corpo, piegando le gambe ma non distogliendo lo sguardo verso quel punto dell’orizzonte, solo a lui conosciuto.

La mano ora segnalava al cane di fermarsi, sedersi, anzi meglio sdraiarsi.

Con calma si calò sul naso gli occhiali da sole, fissò quel punto all’orizzonte; lo stesso punto che studiava già da un buon quarto d’ora.

Si rialzò con calma, riprese a camminare lento ed il cane sempre dietro, al passo.

Ora il sentiero finiva, si doveva attraversare un largo prato d’erba medica, polverosa ed asciutta.

Il cane finalmente avrebbe potuto rilassare i suoi poveri cuscinetti giovani, ancora troppo poco abituati a camminare su quelle pietrine piccole e taglienti.

Camminando vicino alle gambe dell’uomo, ogni tanto addentava un poco di quelle foglioline che pareva gli dovessero dare sollievo, o forse era solo un gioco; fatto sta che la mano del padrone con un gesto secco gli impediva di restare troppo indietro e di fare troppo rumore sfrascando quelle tenere pianticelle quasi più alte di lui.

Non vedeva bene dinnanzi a sé, il cane, ma seguiva ubbidiente quegli scarponi che calpestando l’erba arrancavano in leggera salita lasciando impronte nitide sul terreno, ed una scia netta di piante verdi schiacciate. Piante che senza problema si sarebbero rialzate di lì a qualche ora.

La sommità della collinetta era stata raggiunta, l’orizzonte ora cambiava e di molto; in lontananza, alla fine della discesa dell’altro versante, un bosco fitto d’enormi piante facevano da riva ad un fiume che cantava allegro mentre scendeva nella sua dolce corsa verso il mare lontano.

Ora l’uomo si fermò, con un gesto dolce di affetto prese a d accarezzare la testolina del cane che contraccambiò scodinzolando forte, agitando quel moncherino di coda in maniera quasi violenta.

Un sussurro, non più di un respiro più forte che assomigliava tanto ad un < vai> già sentito, fecero scattare nel cervello dell’animale quel segnale d’istinto che mise in moto muscoli, respiro, vista, attenzione di tutti quei sensi che madre Natura gli aveva donato, soprattutto quello più importante, il fiuto.

Bastarono pochi metri di corsa sfrenata che un odore, poco famigliare forse, ma intenso gli riempì le narici, attraversò tutti i recettori della canna nasale ed accese nel cervello quell’istinto primordiale di predatore che lo costrinse a bloccare la sua corsa, in posizione nella quale si trovava; poco importava se non sarebbe stata elegante.

La testa girata nella direzione di provenienza di quel tanfo che lo eccitava, la zampa anteriore sollevata per non fare rumore, tutti i muscoli tesi al massimo pronti allo scatto, la mandibola serrata in una morsa pronta ad essere fatale, ad uccidere per la sopravvivenza.

I suoi sensi si accorsero dell’uomo che si avvicinava a passo lento, brandendo quel bastone scuro e lucido che avrebbe vomitato rumore, quel rumore che non lo spaventava per nulla, anzi lo eccitava ancor di più.

Secondi, poi minuti, lo stare fermo in quella posizione assaporando quell’odore di muschio troppo forte, di carne e sangue palpitanti, di alito di paura, lo facevano sbavare di rabbia, gli occhi arrossati di sangue.

 Venne finalmente la liberazione, una carezza un poco più decisa alla base della nuca lo invogliava ad avanzare, a cercare di acchiappare quella preda, quell’odore che imparerà a riconoscere tra miliardi di odori e trarne piacere.

Il volo degli uccelli, tanti, tutti insieme, coprirono quasi il suono di quelle canne che l’uomo brandiva; un uccello, il più lento cadde a terra.

Che sensazione forte poterlo tenere la preda  tra le fauci, assaporarne il sapore del sangue ancora caldo, strapparne qualche piuma per risputarla subito mista a quella saliva che poco prima pareva bloccata. Bello, ma non naturale forse, consegnarla al capobranco, a quell’omone dalle mani grandi e calde che lo coprono di carezze allisciandogli il pelo per tutta la schiena, e dai a staccarsi la coda per ringraziare.

Ora l’uomo gli parla, gli dice quel bravo che gli piace tanto, che gratifica.

Vorrebbe continuare a cercare quell’odore, vorrebbe correre a perdifiato dietro quegli uccelli che sono scappati via come frecce al vento; vorrebbe… ma la mano aperta dell’uomo lo costringe a seguirne gli scarponi ancora una volta, ancora polvere che lo farà starnutire. Ma è bello anche così.

Più avanti, quando saprà cosa deve fare senza che la mano o il sussurro lo guidi cercherà, con tutti i sensi all’erta, quell’odore che sa di buono, che sa di muschio troppo forte, che sa di carne e sangue palpitanti e di alito di paura; e lo riconoscerà tra miliardi di odori …. E ne trarrà piacere.

 
 
 
 

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