Camminava
lentamente
lungo il
sentiero
polveroso,
la sua mente
era
affollata di
pensieri,
troppi per
una testa
sola.
Il cane lo
guardava dal
basso
girando ogni
tanto lo
sguardo ed
interrogandolo
senza
emettere
alcun suono;
non capiva,
l’animale,
cosa stesse
facendo e
perché si
comportava
in quel modo
strano il
suo padrone,
normalmente
euforico in
queste
giornate.
L’uomo
fissava
l’orizzonte
e camminava,
camminava
diritto,
sollevando
con gli
scarponi
polvere
sottile che
gli
imbiancavano
il risvolto
dei
pantaloni.
Il cane,
senza aver
avuto
l’ordine di
correre
libero
starnutiva
ripetutamente
per tutta
quel fango
disseccato
che gli
riempiva le
narici; ogni
tanto
un’energica
scrollata
levava buona
parte di
quel talco
maledetto
dal suo
pelo;
inutilmente.
Il sole già
alto nel
cielo e
l’aria
assente
rendevano
l’atmosfera
calda e
appiccicosa
pur essendo
già in
ottobre
inoltrato.
Ai lati del
sentiero
praterie di
medica ed
erbacce
ormai
rinsecchite
avrebbero
dato un poco
di sollievo
a quella
povera
bestia, ma
la sua
educazione
non gli
permetteva
nemmeno di
superare i
piedi di
quell’uomo
silenzioso e
greve, che
tanto non
gli avrebbe
permesso
nulla di più
di quello
che stava
già
accadendo.
Il silenzio
era totale,
interrotto
solamente
dal
cinguettio
di qualche
passero
curioso e
maleducato,
forse
allarmato,
sicuramente
incurante
della
necessità di
silenzio di
quei due
viandanti.
La brezza
creata dalla
calura,
anche se
poca, ogni
tanto creava
piccoli
mulinelli in
quella
polvere
biancastra
che si
sollevava da
terra come
animata
dalle
streghe e
prendeva a
vorticare
velocemente,
alzandosi
qualche
centimetro,
per poi
ricadere
scomposta a
coprire
qualche
foglia secca
caduta lì
per volere
del vento.
L’uomo
guardava
l’orizzonte
e camminava
lento,
evitava con
cura di
calpestare i
rametti
secchi che
incontrava,
sicuramente
per non far
rumore, la
mano
abbassata e
aperta era
il segnale
per il cane
di
continuare
il passo a
fianco a
lui, senza
sorpassarlo,
sebbene
l’animale
avesse
voluto
partire in
una corsa
prepotente e
frenetica.
Ora si
fermò,
quell’uomo,
si abbassò
con il resto
del corpo,
piegando le
gambe ma non
distogliendo
lo sguardo
verso quel
punto
dell’orizzonte,
solo a lui
conosciuto.
La mano ora
segnalava al
cane di
fermarsi,
sedersi,
anzi meglio
sdraiarsi.
Con calma si
calò sul
naso gli
occhiali da
sole, fissò
quel punto
all’orizzonte;
lo stesso
punto che
studiava già
da un buon
quarto
d’ora.
Si rialzò
con calma,
riprese a
camminare
lento ed il
cane sempre
dietro, al
passo.
Ora il
sentiero
finiva, si
doveva
attraversare
un largo
prato d’erba
medica,
polverosa ed
asciutta.
Il cane
finalmente
avrebbe
potuto
rilassare i
suoi poveri
cuscinetti
giovani,
ancora
troppo poco
abituati a
camminare su
quelle
pietrine
piccole e
taglienti.
Camminando
vicino alle
gambe
dell’uomo,
ogni tanto
addentava un
poco di
quelle
foglioline
che pareva
gli
dovessero
dare
sollievo, o
forse era
solo un
gioco; fatto
sta che la
mano del
padrone con
un gesto
secco gli
impediva di
restare
troppo
indietro e
di fare
troppo
rumore
sfrascando
quelle
tenere
pianticelle
quasi più
alte di lui.
Non vedeva
bene
dinnanzi a
sé, il cane,
ma seguiva
ubbidiente
quegli
scarponi che
calpestando
l’erba
arrancavano
in leggera
salita
lasciando
impronte
nitide sul
terreno, ed
una scia
netta di
piante verdi
schiacciate.
Piante che
senza
problema si
sarebbero
rialzate di
lì a qualche
ora.
La sommità
della
collinetta
era stata
raggiunta,
l’orizzonte
ora cambiava
e di molto;
in
lontananza,
alla fine
della
discesa
dell’altro
versante, un
bosco fitto
d’enormi
piante
facevano da
riva ad un
fiume che
cantava
allegro
mentre
scendeva
nella sua
dolce corsa
verso il
mare
lontano.
Ora l’uomo
si fermò,
con un gesto
dolce di
affetto
prese a d
accarezzare
la testolina
del cane che
contraccambiò
scodinzolando
forte,
agitando
quel
moncherino
di coda in
maniera
quasi
violenta.
Un sussurro,
non più di
un respiro
più forte
che
assomigliava
tanto ad un
< vai> già
sentito,
fecero
scattare nel
cervello
dell’animale
quel segnale
d’istinto
che mise in
moto
muscoli,
respiro,
vista,
attenzione
di tutti
quei sensi
che madre
Natura gli
aveva
donato,
soprattutto
quello più
importante,
il fiuto.
Bastarono
pochi metri
di corsa
sfrenata che
un odore,
poco
famigliare
forse, ma
intenso gli
riempì le
narici,
attraversò
tutti i
recettori
della canna
nasale ed
accese nel
cervello
quell’istinto
primordiale
di predatore
che lo
costrinse a
bloccare la
sua corsa,
in posizione
nella quale
si trovava;
poco
importava se
non sarebbe
stata
elegante.
La testa
girata nella
direzione di
provenienza
di quel
tanfo che lo
eccitava, la
zampa
anteriore
sollevata
per non fare
rumore,
tutti i
muscoli tesi
al massimo
pronti allo
scatto, la
mandibola
serrata in
una morsa
pronta ad
essere
fatale, ad
uccidere per
la
sopravvivenza.
I suoi sensi
si accorsero
dell’uomo
che si
avvicinava a
passo lento,
brandendo
quel bastone
scuro e
lucido che
avrebbe
vomitato
rumore, quel
rumore che
non lo
spaventava
per nulla,
anzi lo
eccitava
ancor di
più.
Secondi, poi
minuti, lo
stare fermo
in quella
posizione
assaporando
quell’odore
di muschio
troppo
forte, di
carne e
sangue
palpitanti,
di alito di
paura, lo
facevano
sbavare di
rabbia, gli
occhi
arrossati di
sangue.
Venne
finalmente
la
liberazione,
una carezza
un poco più
decisa alla
base della
nuca lo
invogliava
ad avanzare,
a cercare di
acchiappare
quella
preda,
quell’odore
che imparerà
a
riconoscere
tra miliardi
di odori e
trarne
piacere.
Il volo
degli
uccelli,
tanti, tutti
insieme,
coprirono
quasi il
suono di
quelle canne
che l’uomo
brandiva; un
uccello, il
più lento
cadde a
terra.
Che
sensazione
forte
poterlo
tenere la
preda tra
le fauci,
assaporarne
il sapore
del sangue
ancora
caldo,
strapparne
qualche
piuma per
risputarla
subito mista
a quella
saliva che
poco prima
pareva
bloccata.
Bello, ma
non naturale
forse,
consegnarla
al
capobranco,
a quell’omone
dalle mani
grandi e
calde che lo
coprono di
carezze
allisciandogli
il pelo per
tutta la
schiena, e
dai a
staccarsi la
coda per
ringraziare.
Ora l’uomo
gli parla,
gli dice
quel bravo
che gli
piace tanto,
che
gratifica.
Vorrebbe
continuare a
cercare
quell’odore,
vorrebbe
correre a
perdifiato
dietro
quegli
uccelli che
sono
scappati via
come frecce
al vento;
vorrebbe… ma
la mano
aperta
dell’uomo lo
costringe a
seguirne gli
scarponi
ancora una
volta,
ancora
polvere che
lo farà
starnutire.
Ma è bello
anche così.
Più avanti,
quando saprà
cosa deve
fare senza
che la mano
o il
sussurro lo
guidi
cercherà,
con tutti i
sensi
all’erta,
quell’odore
che sa di
buono, che
sa di
muschio
troppo
forte, che
sa di carne
e sangue
palpitanti e
di alito di
paura; e lo
riconoscerà
tra miliardi
di odori ….
E ne trarrà
piacere.