28 luglio.
Solo pochi
giorni,
ormai, mi
separano
dalle tanto
desiderate
ferie
estive.
Questo mese
oltre che
essere il
preludio per
il tanto
agognato
periodo di
riposo, per
me
cacciatore,
in
particolare
rappresenta
l’avvicinarsi
dell’apertura
della nuova
stagione
venatoria.
Nella mia
mente, già
dai primi
giorni del
mese, hanno
iniziato a
rincorrersi
le
congetture
sul dove e
sul quando,
le
necessarie
ricognizioni
sullo stato
dei siti
abituali
delle
quaglie, la
speranza che
qualche
copioso
temporale
possa
evitare il
solito
scempio
della
bruciatura
delle
stoppie.
Sarà un
piacere,
poi, poter
ripetere la
solita
visita agli
amici del
bar di
Poggiorsini
per
confermare
che, grazie
a Dio, ci
saremo anche
quest’anno e
non ci
faremo certo
mancare
l’occasione
per rubare
qualche
preziosa
notizia.
Come orario
per questa
prima
passeggiata
andrà bene
il tardo
pomeriggio:
partendo da
casa verso
le 16,30
dovrei
raggiungere
il posto
prescelto
poco prima
delle 18,00.
Il cane è,
come me,
alla sua
prima uscita
stagionale e
come inizio
una sgambata
di un paio
d’ore sarà
certo più
che
sufficiente
per
entrambi. A
completare
la
combriccola
ci sono i
miei due
baldi
scudieri:
Filippo
17enne ormai
in odore di
porto d’armi
e Daniele,
di soli 10
anni ma che
per passione
e caparbietà
non demorde
mai, molto
meglio di
tanti
veterani.
Durante il
viaggio, la
irrinunciabile
aria
condizionata
dell’ auto
non ci fa
ben
percepire il
caldo che
c’è fuori
così,
all’arrivo
sulla
stoppia
prescelta
l’impatto
con l’afa è
insopportabile.
Respiriamo a
fatica, gli
scarponi
sollevano
polvere ad
ogni passo;
sembriamo
tre cow-boys
che, come in
un film di
Sergio
Leone, si
trascinano
nel deserto
texano
nell’attesa
di chissà
quale
duello.
Colpa del
caldo, anche
le lucertole
sono
scomparse,
saranno
nascoste
negli
anfratti più
freschi del
terreno in
compagnia di
ragni d’ogni
specie.
Figuriamoci
se in questo
scenario può
essere
possibile
ascoltare il
richiamo di
una quaglia!
Sarebbe un
vero
miraggio!
Solo Sara,
la nostra
Setter,
prende
abilmente a
disegnare
dei lacets
sul terreno
fingendo di
crederci per
guadagnarsi
la zuppa o,
più
facilmente,
solo perchè
madre natura
così ha
scritto
indelebilmente
nei suoi
cromosomi.
In
prossimità
di un pozzo,
il saggio
contadino ha
piantato dei
cocomeri
che, ormai
grossi e
maturi sono
lì, in
attesa di
poterci
dissetare.
L’occasione
è propizia
per offrire
una pillola
di buon
garbo ai
pargoli
spiegando
che anche
dovendo
calpestare
il suolo
altrui per
andare a
caccia
nessuno ci
autorizza a
prendere
quello che
ci pare!
Questa volta
però,
spiego,
siamo
fortunati
perché il
proprietario
è un mio
amico e
quindi
andremo in
deroga alle
regole.
L’anguria è
proprio da
cani,
infatti,
dalla faccia
matura ma
acerba
nell’anima,
è calda
all’inverosimile,
sembra
piacere solo
a Sara che,
dopo alcuni
morsi però
si ravvede e
scappa via.
In verità
dovrei
convenire
con Filippo,
quando,
camminando,
mi fa notare
che come
inizio
questa
uscita non
sia il
massimo
anzi, per la
precisione,
un vero
schifo.
Io, di
rimando, con
una faccia
da bugiardo
incallito
mentre
asciugo il
sudore con
la manica
della
camicia,
controbatto
che questo
è, invece,
il periodo
più bello
dell’anno:
speranze di
stoppie
dorate a
perdita
d’occhio,
promesse
d’abbondanti
nidiate di
quaglie,
cacciate da
sogno che
con l’aiuto
di una
benevola
brezza si
possano
assaporare
dall’alba al
tramonto,
emozioni
che, -come
vedi- dico,
viviamo
ancor prima
che la
stagione
abbia inizio
e neanche il
tour-operator
più bravo
potrebbe
procurarle.
Una folata
di scirocco
sul volto,
del tipo
“ferro a
vapore
pronto”, mi
riporta alla
cruda
realtà.
Scrutando
l’orizzonte,
in cerca di
un’improbabile
nuvola, mi
convinco
sempre più
che
continuare
sarebbe solo
una perdita
di tempo. E’
pur vero che
le quaglie
vengono
dall’Africa,
ma oggi, a
Poggiorsini,
la colonnina
del
termometro
supera
abbondantemente
i 40° e, a
noi
purtroppo,
non resta
altro da
fare che
ripiegare
per un po’
di sollievo
sul loggiato
del bar
attiguo alla
stazione
ferroviaria,
nell’attesa
che verso
sera l’aria
rinfreschi,
forse.
Davanti ad
un
bicchiere,
appannato
dalla birra
freschissima,
fra un sorso
e una
patatina, la
verità mi
appare
chiara,
nitida come
non mai,
ergo: solo
un
cogli…(bip)
può, a 50
anni suonati
da tempo,
percorrere
quasi 200
chilometri
per morire
dal caldo e
finire col
bere una
birra
raccontando
fandonie a
due
ragazzini
che per
amore
paterno ci
credono o,
come il
cane…magari!
Il sole è
ormai sulla
linea
dell’orizzonte,
l’afa non
accenna a
diminuire
anzi, al
posto delle
quaglie si
incominciano
a sentire
ronzii di
zanzare
minacciose e
fameliche.
Decidiamo,
quindi,
mestamente
di
rientrare,
almeno ci
darà
conforto
l’aria
condizionata
che ci
aspetta in
auto.
Durante il
ritorno ai
due compagni
d’avventura
spiego, o
meglio ci
provo, che
noi
cacciatori
siamo fatti
così,
andiamo
compresi,
perdonati e
assecondati
non certo
compatiti!
In fondo,
siamo solo
dei bambini
che non
hanno mai
riposto la
calza della
befana.
Immaginiamo
balocchi e
leccornie
prima d’ogni
uscita e,
poco importa
se invece,
al ritorno,
il carbone
riempirà la
nostra
calza.
La prossima
domenica ci
ritroveremo
a dire
convinti:
-questa si,
sarà la
migliore
anzi la
migliore
delle
migliori- e
i cocci
delle uscite
precedenti
diventeranno
solo un
brutto
ricordo.
Sicuramente,
continuo, un
giorno la
nostra
caparbietà
sarà
premiata e
allora non
dovremo
farci
trovare
impreparati.
Chissà, quel
giorno
potrebbe già
essere
domani?
Forse, ora
che ci
penso,
appena
arrivati in
città fare
una corsa in
armeria per
qualche
cartuccia in
più non
sarebbe poi
così
sbagliato.
Almeno, le
cartucce,
come recita
mia moglie,
io a casa le
riporto di
sicuro,
quelle!
Cosa ne dite
ragazzi? E’
una buon’idea?…
Non
rispondono,
dormono
stanchi e
forse
sognano…loro,
ma io giuro,
di birre ne
ho bevuta
solo una!