Nella
pianura
quella
fredda
mattina di
Dicembre
c’era un
silenzio non
comune.
Il Paese era
ovattato da
una nebbia
spessa, da
tagliare con
il coltello.
Era Domenica
e le campane
della
Chiesa, già
avevano
suonato due,
forse tre
volte per
richiamare i
fedeli
ritardatari;
di lì a poco
la Santa
Messa
sarebbe
iniziata.
Le donne
intabarrate
nei loro
cappotti
scuri e
pesanti già
uscivano
dall’uscio
per
dirigersi
meste verso
il sagrato.Qualcuna
a braccetto
all’amica
forse stava
spettegolando
di qualcuno
,o qualcuna,
ma senza
troppa
malizia .
Nel bar
della piazza
al centro
del paese
c’erano tre
uomini
venuti da
lontano la
sera prima,
erano già al
secondo o
terzo
bicchierino
di bianco;
accalcati
vicino alla
stufa a
legna del
bar,
guardavano
impazienti
fuori,
attraverso i
vetri
appannati e
nemmeno
troppo
puliti
cercando di
capire cosa
avrebbe
deciso di
fare quella
maledetta
nebbia:
dissolversi
o perdurare
nella sua
immobilità
che tutto
penetra.
Nella Chiesa
il prete era
già quasi
alla predica
finale che
oggi
recitava in
maniera
stranamente
più veloce
del solito.
Aveva un
appuntamento
con quegli
uomini e non
voleva fare
tardi, ogni
tanto mentre
parlava,
sbirciava
attraverso
la
spaccatura
nel
cristallo
colorato
dell’altare
per cercare
di capire se
la nebbia si
stava
alzando
oppure no.
In cuor suo
pregava che
restasse.
Forse le sue
preghiere
quel giorno
non erano
troppo
vissute
sentimentalmente,
erano
frettolose.
Un uomo di
chiesa come
Don Franco
si sentiva,
per questo,
ribollire il
sangue nelle
vene. Ma
sarebbe
stato
perdonato
dal buon
Dio, ne era
sicuro.;
aveva
fretta, e
sperava che
la nebbia
resistesse
ancora.
Forse lo
chiese anche
al Creatore,
chissà.
E finalmente
arrivò
l’annuncio <
Ite missa
est- andate
in pace, la
Messa è
finita > E
dopo il
segno della
Croce e
l’inchino in
ossequi al
Cristo, fu
velocissimo
a scomparire
in canonica,
dove si
spogliò
dell’abito
del
sacerdote
per vestire
di fustagno;
un paio di
stivali in
gomma nuovi
di zecca ed
il
cappellacio
consunto
completarono
la sua
divisa.
Certo
qualche
comare
sarebbe
stata
contrariata
, ma anche
loro lo
avrebbero
certamente
perdonato
Prese
dall’armadio
la sua
fedele
doppietta a
cani esterni
e la borsa
delle
cartucce, e
dopo aver
messo tutto
a tracolla
si rigirò la
sciarpa tre
volte
intorno al
collo,
cavalcò la
vecchia
bicicletta
con i freni
a bacchetta
e corse a
perdifiato
all’appuntamento.
I tre
cacciatori
lo stavano
già
aspettando,
comodamente
seduti
dentro la
Topolino,
parcheggiati
a bordo
strada prima
del ponte
sul grande
fiume.
Il sacerdote
arrivò con
il fiatone,
davanti alla
sua bocca il
respiro si
condensava
spesso come
la nebbia
che lo
circondava.
Il freddo
era
veramente
pungente.
Salì
nell’auto e
dopo aver
abbracciato
il fratello
che non
vedeva da
tanto,
troppo
tempo,
strinse la
mano degli
altri due
con una
forza ed un
vigore
inaspettato
anche per
lui
Gracchiando,
il motore
della
macchina si
mise in
moto, uno
scoppio
simile ad
una fucilata
usci dal
tubo di
scarico
accompagnato
da un lampo
azzurro.
I quattro si
stavano ora
dirigendo
all’argine
della
cascina dove
si sarebbero
imbarcati su
due barchine
instabili,
lunghe e
strette,
remando a
bratto con
il lungo
bastone in
direzione
delle botti
seminascoste
dalle canne.
Il Fiume
creava un
ansa calma,
grandissima,
prima di
morire in
mare.
Il prete ed
il fratello
si calarono
dentro le
botti
gemelle site
al lato
sinistro
della
palude, solo
dopo aver
disposto al
meglio le
stampe e i
due germani
di richiamo,
uno
splendido e
fiero
maschio di
germano
reale e più
lontano una
femmina.
Gli altri
cacciatori
al lato
destro del
lago
facevano la
stessa
operazione.
Ora il
silenzio era
totale. Solo
il canto
sgraziato
delle anatre
da richiamo
risuonava
sull’acqua
come un
grido
strozzato e
ritmico,
sempre
uguale. <Qua.Qua.quaquaqua>
I due maschi
chiamavano
le femmine,
e quelle
rispondevano
a tono. Da
una parte
all’altra
della
palude.
La mattina
era già
trascorsa ed
il
pomeriggio
scandiva
sulla
cipolla da
tasca del
sacerdote i
primi minuti
di vita.
La nebbia
entrava
nelle ossa
dei quattro,
bagnava
tutto, il
fucile, le
cartucce di
cartone che
rischiavano
di
gonfiarsi,
penetrava
attraverso
le vesti
seppur
spesse,
persino il
pane con
formaggio
che qualcuno
cercava di
gustare
nonostante
il freddo
era bagnato
e la
tensione
dell’attesa
si faceva
veramente
sentire.
Il grande
fiume
scendeva
lento verso
il mare,
portando con
se detriti e
ricordi;
ricordi e
anime di
quanti sulla
sua scia
avevano
vissuto e
lottato
contro i
suoi
capricci, ed
erano tanti,
tantissimi.
Portava al
mare i
pensieri
delle genti
che da lui e
grazie a lui
avevano
trovato
vita,
qualche
volta amore.
Purtroppo
anche la
morte. Un
fiume pieno
di storia,
tanta
storia, più
grande del
suo stesso
letto.
In quel
momento per
i quattro
cacciatori
altro non
era che un
paradiso
d’acqua dove
gli uccelli
velocissimi
avrebbero
atterrato
per cercare
cibo,
tranquillità,
riparo da
quel mare
d’inverno
che stizzito
non li
voleva come
suoi ospiti.
Il primo
batter
d’ali, fu
talmente
veloce che
non fece
intendere ai
presenti
dove
l’uccello si
fosse
posato,
figurarsi
capirne la
specie.
Il mare, con
il suo fare
da star
capricciosa,
non
accettava
quella notte
di avere
come ospiti
tutti quegli
uccelli;
stava
chiedendo a
madre natura
di
scrollarglieli
di dosso.
Il sole, da
par suo e
vista l’ora,
decise, come
aveva sempre
fatto, di
cominciare
la discesa e
nascondersi
lentamente
alla vista
degli
uomini, dei
paesi,
persino
della nebbia
che gli
aveva
resistito
così a
lungo.
Le anatre
stanche di
essere
sballottate
da quelle
onde
fastidiose
ed
irriverenti,
si alzarono
a gruppetti
e come in
una danza si
diressero
velocissime
verso quella
distesa
d’acqua
dolce che li
avrebbe
accolte per
la notte.
I due
richiami
facevano
sentire
forte la
loro voce,
starnazzando
agitate
all’approssimarsi
dei primi
esemplari.
Gli uomini,
ora non
avevano più
il fiato
nemmeno per
parlare.
Ammiravano
lo
spettacolo
così da
vicino che,
accovacciati
nel loro
umido
nascondiglio,
avevano la
salivazione
azzerata
dall’emozione.
Avevano già
caricato gli
schioppi, di
loro
spuntava
solo la
sommità del
cappello.
Prima tre,
poi sette,
poi qualcuna
di più le
frecce alate
con qualche
suono
strozzato
nel becco
cabrando
sicure,
accartocciando
un poco le
ali e
puntando le
zampe
palmate in
avanti
ammaravano
con lunghe
scie vicino
a quelle che
credevano
compagne già
arrivate.
Don Franco ,
guardò negli
occhi il
fratello
Antonio e
senza
parlare
l’intesa fu
perfetta.
Il silenzio
ora si ruppe
di tuoni
improvvisi,
di vampate
calde e di
pallini che
fischiavano
rimbalzando
sull’acqua.
Alcune
anatre non
si sarebbero
levate mai
più in volo,
altre
centinaia
gridando il
loro
disappunto
scomparvero
lontane e
velocissime
nella nebbia
che ne
copriva in
brevissimo
tempo la
vista.
Gli uomini
raccolsero
le prede,
poche, solo
qualcuna;
raccolsero
armi e
bagagli.
Salirono
ancora su
quelle
barchine
malferme e
ancora una
volta
remando a
bratto
tornarono
sulla riva
del grande
fiume.
Il rito
della caccia
era stato
consumato.
La natura
aveva loro
permesso di
raccoglierne
i frutti.
Gli uomini
,così deboli
ed indifesi,
ancora
avevano
vinto sulle
avversità
del tempo;
avevano
avvicinato
per qualche
ora i loro
cuori, come
se a battere
fosse uno
solo.
Gli sguardi,
i sorrisi,
le strette
di mano
contavano
nulla
dinnanzi
alla
bellezza del
Creato,
anche se la
nebbia ne
faceva
vedere ben
poco, ma
tutti
sapevano che
erà lì, e
per sempre.
In quel
momento
adoravano
anche quella
nuvola umida
che tutto
bagnava,
tutto
nascondeva,
che
imperterrita
continuava a
coprire
tutto
intorno a
loro
Ora il sole
stava quasi
scomparendo.
Quattro
uomini si
sedettero in
una vecchia
macchina che
scoppiettando
e sputando
fumo li
avrebbe
riportati a
casa.
Un
sputacchio
di fiamma
bluastra
uscì dal
tubo di
scarico
ancora una
volta .
Sopra di
loro uno
sbatter
d’ali, ed un
gracchiare
sgraziato.
C’erano
quattro
amici in più