La magia della caccia: i cacciatori, i cani, la selvaggina, i fucili, le cartucce

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Autore: Carlo Pasquale Galliano

Titolo: Ricordo di nonno Carletu

racconti di caccia

Da mio nonno Carletu ho ereditato una vecchia doppietta cal. 12 a cani esterni con canne ritorte e chiusura a  T . Un vero e proprio cimelio di altri tempi.

Ogni qual volta rivedo questo eroico fucile rivivo fortissime emozioni e  affascinanti ricordi di quando, ancora piccolino, seguivo il nonno nelle sue cacciate alla  lepre in territori di Langa.

Per paura di non svegliarmi restavo sul dormiveglia per tutta la notte , mettendo in eccitazione tutta la famiglia.

Alle prime luci dell’alba partivo anch’io al seguito, con i miei gambaletti, la giubba e con la  piccola carabina giocattolo regalatami da mio padre, anche lui cacciatore incallito.

Mi ricordo del segugio rossiccio di nome Paris , un cane tutto pelle e ossa con un energia vitale incredibile che della caccia faceva professione per il proprio mantenimento .

La lepre eventualmente ferita, difficilmente veniva recuperata , ci pensava direttamente Paris a cucinarla al meglio in pochi secondi.

Contrariamente a quanto avviene oggi ci si spostava sempre a piedi a pochi chilometri da casa con il fucile in spalla e quattro o cinque cartuccie dello zero in tasca, caricate  a mano.

La caccia alla lepre era molto praticata , non c’era la pressione venatoria attuale.

A caccia si andava quasi tutti i giorni ,un paio d’ore al mattino.

Si cacciava solo la lepre e guai a distrarsi con altra selvaggina.

Mi ricordo che io portavo il cane al guinzaglio che tirava come un indemoniato, sino al luogo ove il nonno riteneva ci fosse una buona pastura.

Nonno Carletu con la sua immancabile pipa in bocca che accendeva  in continuazione, mi faceva cenno con il capo e io slegavo Paris e lo seguivo fin che potevo sulla pastura.

Paris era un cane agilissimo e difficilmente lasciava la traccia senza aver alzato la lepre.

Nonno Carletu non se la prendeva troppo se la lepre non passava alla sua posta; anzi direi a pensarci ora, che “ passava “ raramente, anche perché era lui stesso a distrarsi nell’accendere la sua mitica pipa.

Mitiche erano anche le discussioni di nonno con mio padre quando la lepre “passava” e non era vista.

La soddisfazione per la scampagnata e il diversivo giornaliero erano comunque assicurati.

La caccia era veramente sportiva, il carniere contava sì,  ma solo fino ad un certo punto.

Il nonno sparava praticamente solo a colpo sicuro quando vedeva bene l’animale e non azzardava tiri difficili od impossibili.

Finita la cacciata in bene o in male si faceva ritorno per la colazione e per raccontare agli amici , con una certa enfasi, le vicissitudini della mattinata trascorsa e in attesa del ritorno di Paris, che normalmente tornava a casa solo nel primo pomeriggio.

Per me , giovanotto, il massimo della goduria era raccattare le cartuccie  danneggiate che  non potevano più essere utilizzate per la ricarica, oltre a portare in spalla l’eventuale lepre abbattuta fino a casa.

Nonno Carletu era un uomo che non si perdeva mai d’animo e non si scomponeva mai , aveva la risposta pronta per giustificare tutto e tutti.

Rammento che ha guidato l’ultima cacciata alla veneranda età di 91 anni, abbattendo nell’ ultimo anno ancora due lepri.

Quando lo penso lo rivedo sempre là sul crinale di località  Prapone fermo alla posta con il fucile a tracolla e con la sua storica pipa in bocca in attesa di essere accesa.

Lo ricordo sempre con immenso affetto il mio nonno Carletu, coltivando nel mio cuore , le bellissime esperienze di caccia vissute con lui facendo tesoro dei sui insegnamenti e dei suoi proficui ed amorevoli consigli.

 
 
 
 

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