Quel
mercoledì di
dicembre,
anche se da
allora sono
passati
ormai quasi
dieci anni,
lo ricordo
ancora come
fosse ieri.
Ero quasi
giunto alla
fine della
mia quarta
stagione
venatoria.
Dunque.
…..Siamo
agli inizi
di dicembre
e quel
giorno
purtroppo in
ufficio ho
delle cose
urgenti da
sbrigare,
perciò non
posso
prendere
ferie per
cacciare
insieme ai
miei amici
in Langa,
come ho
fatto per
tutta la
stagione. La
sveglia però
suona presto
ugualmente e
dopo essermi
vestito esco
di casa col
buio e vado
ad attendere
l’alba lungo
il fiume che
passa vicino
a casa mia,
nella
speranza di
riuscire a
fare almeno
una fucilata
ad un
germano,
prima di
andare al
lavoro.
L’alba
arriva ma
senza
sentire il
mio fucile
sparare.
Quattro ore
in ufficio
che non
passano più:
guardo fuori
dalla
finestra in
continuazione,….immagino
i miei
compagni di
caccia,….controllo
l’orologio
ogni cinque
minuti.
Finalmente
arriva
mezzogiorno.
Salto in
macchina e
mi sposto di
quel poco
che basta
per entrare
nel confine
del mio Atc
(dove lavoro
non posso
cacciare).
Appena
supero le
tabelle del
mio Atc,
parcheggio
la macchina.
Scendo e
contemplo il
paesaggio.
Giornata
invernale
limpidissima,
cielo terso,
sole
splendente,
terreno
appena
scongelato
(la morsa
del gelo al
mattino si
fa già
sentire),
leggero
venticello
che porta il
profumo
della terra
appena
arata…..in
questi
momenti
ringrazio il
Signore per
avermi dato
la vita
(questo è un
discorso
personale).
Ma torniamo
a noi.
Mi trovo
nelle
campagne
della
provincia di
Cuneo, al
confine col
Roero,….territorio
completamente
pianeggiante
dove la
monocultura
del mais la
fa da
padrone. Il
paesaggio è
completamente
spoglio, i
campi sono
ormai quasi
tutti arati,
in assenza
di
vegetazione
si riesce a
vedere a
chilometri
di distanza.
Ogni tanto,
in mezzo
alla distesa
di zolle
monocromatiche
si scorge
qualche
fazzoletto
di verde: un
prato o un
campo di
grano appena
nato.
Mi cambio:
via gli
indumenti da
“ufficio”
che al
mercoledì
stanno
sempre
troppo
stretti.
Metto il
maglione, i
pantaloni
imbottiti,
la
cacciatora,
il cappello,
allaccio la
cartucciera
e infilo gli
stivali.
Tolgo il
fucile dal
fodero e lo
carico con
due
dispersanti
del 9 e un 8
con
contenitore.
Il selvatico
più grande
che potrei
incontrare
infatti,
considerando
l’ambiente
che mi
circonda,
l’ora del
giorno e la
stagione.…anche
ad essere
proprio
ottimista…..potrebbe
essere un
tordo o al
massimo una
cesena. A
dire la
verità ero
sicuro di
girare due
ore a vuoto
senza vedere
nulla,
ma…vuoi
andare a
caccia con
il fucile
scarico?
Qualcuno
potrebbe
prenderti
per pazzo.
Quindi
carico e
guardo
l’ora: sono
le dodici e
un quarto.
Mi incammino
con il
fucile nella
mano destra
e il panino
di acciughe
nella mano
sinistra, su
di un
sentiero
sterrato:
alla mia
sinistra ho
una siepe di
rovi larga
tre metri e
lunga poco
più di
cinquanta,…alla
mia destra
invece un
campo di
grano alto
pochi
centimetri.
Dopo appena
venti passi
(ho appena
avuto il
tempo di
gustarmi il
terzo
boccone del
panino)…..sento
tutto ad un
tratto uno
sfrascare di
rovi e
ramaglie…alzo
gli occhi e
vedo niente
meno che….un
cinghiale!
Sta correndo
allontanandosi
sotto i
rovi. Attimi
che sembrano
eterni, in
un secondo
penso a
tutto e a
niente,…scaravento
a terra il
panino,
scarrello
per tre
volte, le
cartucce a
pallini
cadono a
terra,…ho
già in mano
le due palle
asciutte (le
uniche due
nella
cartucciera),
carico e
comincio a
correre
lungo la
siepe. Pochi
secondi e
lui lascia
lo sporco
per
mostrarsi in
tutta la sua
bellezza ad
una
cinquantina
di metri da
me, di
traversone
nel grano
appena nato.
Mi fermo,
imbraccio,
punto
bene,…è
troppo
distante ma
devo
comunque
tirargli,
penso. Nel
frattempo,
non so per
quale motivo
“cerchia”
leggermente
e la
distanza si
riduce un
po’…sono
passati meno
di due
secondi….sparo
e la palla
si pianta
per terra a
dieci metri
dai miei
piedi (il
calcio del
fucile si è
impigliato
nella giacca
imbottita,
cazz!!)
….punto di
nuovo…questa
volta è
proprio
distante…tiro…mi
sembra di
averlo
toccato ma
lui continua
come se
niente fosse
la sua folle
corsa. Che
fesso! Sono
riuscito a
padellarlo,
penso…comincio
quindi a
corrergli
dietro dopo
aver
caricato con
dei numero
quattro
(cosa
volessi fare
poi con dei
pallini del
quattro, non
lo so ancora
adesso…).
Dopo un
attimo però
vedo che
dalla spalla
sgorga
sangue tutte
le volte che
fa la
falcata.
Allora l’ho
proprio
colpito,
penso.
Adesso però
devo
riuscire a
fermarlo.
Lui continua
a correre,
ha tutta la
spalla rossa
di
sangue….io
non ce la
faccio già
più….ho il
fiatone…..altri
trenta metri
e.....finalmente
lo vedo
abbassare la
testa e fare
la capriola.
Quando lo
raggiungo,
sta tirando
gli ultimi
calci. In
quel momento
il mondo per
me si è
fermato:
siamo uno di
fronte
all’altro,…entrambi
immobili,
soli,…nel
bel mezzo di
quel campo
di grano.
Non riesco a
crederci. E’
successo
così
talmente in
fretta.
Scarico il
fucile e
finalmente
prendo
fiato, mi
rilasso. Lo
lego con il
guinzaglio
del cane e
comincio a
trascinarlo
in direzione
della
macchina.
Ogni dieci
metri mi
fermo….non è
poi così
grosso
(pesandolo
poi scoprirò
che era
appena 50kg)
ma quella
corsa mi ha
sfinito.
Finalmente
arrivo dalla
macchina e
prima di
caricarlo,
guardo
indietro,
cercando di
capire
dov’era il
punto in cui
è morto. Non
faccio
fatica a
capirlo: c’è
la scia
lasciata nel
fango, lunga
più di
duecento
metri. Lo
carico in
macchina a
fatica e lo
porto a
vedere a mio
papà,
ex-cacciatore.
Il resto….è
inutile e
scontato:
fiumi di
parole,
fotografie,
ecc…ecc….
A questo
punto, tutti
voi colleghi
cacciatori,
giustamente,
penserete
che in fondo
in fondo è
poi sempre e
solo un
cinghiale,
ed avete
completamente
ragione. Per
me però è
stata un
emozione
indimenticabile
perché qui
dalle mie
parti, dove
abito, i
cinghiali
sono
praticamente
inesistenti.
Riuscire ad
incarnierarne
uno quindi,
credetemi, è
stata una
cosa
straordinaria.