La magia della caccia: i cacciatori, i cani, la selvaggina, i fucili, le cartucce

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Autore: Davide Isoardi

Titolo: Quei dieci minuti di caccia

racconti di caccia

Quel mercoledì di dicembre, anche se da allora sono passati ormai quasi dieci anni, lo ricordo ancora come fosse ieri.

Ero quasi giunto alla fine della mia quarta stagione venatoria.

Dunque.

…..Siamo agli inizi di dicembre e quel giorno purtroppo in ufficio ho delle cose urgenti da sbrigare, perciò non posso prendere ferie per cacciare insieme ai miei amici in Langa, come ho fatto per tutta la stagione. La sveglia però suona presto ugualmente e dopo essermi vestito esco di casa col buio e vado ad attendere l’alba lungo il fiume che passa vicino a casa mia, nella speranza di riuscire a fare almeno una fucilata ad un germano, prima di andare al lavoro. L’alba arriva ma senza sentire il mio fucile sparare.

Quattro ore in ufficio che non passano più: guardo fuori dalla finestra in continuazione,….immagino i miei compagni di caccia,….controllo l’orologio ogni cinque minuti. Finalmente arriva mezzogiorno. Salto in macchina e mi sposto di quel poco che basta per entrare nel confine del mio Atc (dove lavoro non posso cacciare). Appena supero le tabelle del mio Atc, parcheggio la macchina. Scendo e contemplo il paesaggio. Giornata invernale limpidissima, cielo terso, sole splendente, terreno appena scongelato (la morsa del gelo al mattino si fa già sentire), leggero venticello che porta il profumo della terra appena arata…..in questi momenti ringrazio il Signore per avermi dato la vita (questo è un discorso personale). Ma torniamo a noi.

Mi trovo nelle campagne della provincia di Cuneo, al confine col Roero,….territorio completamente pianeggiante dove la monocultura del mais la fa da padrone. Il paesaggio è completamente spoglio, i campi sono ormai quasi tutti arati, in assenza di vegetazione si riesce a vedere a chilometri di distanza. Ogni tanto, in mezzo alla distesa di zolle monocromatiche si scorge qualche fazzoletto di verde: un prato o un campo di grano appena nato.

Mi cambio: via gli indumenti da “ufficio” che al mercoledì stanno sempre troppo stretti. Metto il maglione, i pantaloni imbottiti, la cacciatora, il cappello, allaccio la cartucciera e infilo gli stivali. Tolgo il fucile dal fodero e lo carico con due dispersanti del 9 e un 8 con contenitore. Il selvatico più grande che potrei incontrare infatti, considerando l’ambiente che mi circonda, l’ora del giorno e la stagione.…anche ad essere proprio ottimista…..potrebbe essere un tordo o al massimo una cesena. A dire la verità ero sicuro di girare due ore a vuoto senza vedere nulla, ma…vuoi andare a caccia con il fucile scarico? Qualcuno potrebbe prenderti per pazzo. Quindi carico e guardo l’ora: sono le dodici e un quarto.

Mi incammino con il fucile nella mano destra e il panino di acciughe nella mano sinistra, su di un sentiero sterrato: alla mia sinistra ho una siepe di rovi larga tre metri e lunga poco più di cinquanta,…alla mia destra invece un campo di grano alto pochi centimetri. Dopo appena venti passi (ho appena avuto il tempo di gustarmi il terzo boccone del panino)…..sento tutto ad un tratto uno sfrascare di rovi e ramaglie…alzo gli occhi e vedo niente meno che….un cinghiale! Sta correndo allontanandosi sotto i rovi. Attimi che sembrano eterni, in un secondo penso a tutto e a niente,…scaravento a terra il panino, scarrello per tre volte, le cartucce a pallini cadono a terra,…ho già in mano le due palle asciutte (le uniche due nella cartucciera), carico e comincio a correre lungo la siepe. Pochi secondi e lui lascia lo sporco per mostrarsi in tutta la sua bellezza ad una cinquantina di metri da me, di traversone nel grano appena nato.

Mi fermo, imbraccio, punto bene,…è troppo distante ma devo comunque tirargli, penso. Nel frattempo, non so per quale motivo “cerchia” leggermente e la distanza si riduce un po’…sono passati meno di due secondi….sparo e la palla si pianta per terra a dieci metri dai miei piedi (il calcio del fucile si è impigliato nella giacca imbottita, cazz!!) ….punto di nuovo…questa volta è proprio distante…tiro…mi sembra di averlo toccato ma lui continua come se niente fosse la sua folle corsa. Che fesso! Sono riuscito a padellarlo, penso…comincio quindi a corrergli dietro dopo aver caricato con dei numero quattro (cosa volessi fare poi con dei pallini del quattro, non lo so ancora adesso…). Dopo un attimo però vedo che dalla spalla sgorga sangue tutte le volte che fa la falcata. Allora l’ho proprio colpito, penso.

Adesso però devo riuscire a fermarlo. Lui continua a correre, ha tutta la spalla rossa di sangue….io non ce la faccio già più….ho il fiatone…..altri trenta metri e.....finalmente lo vedo abbassare la testa e fare la capriola. Quando lo raggiungo, sta tirando gli ultimi calci. In quel momento il mondo per me si è fermato: siamo uno di fronte all’altro,…entrambi immobili, soli,…nel bel mezzo di quel campo di grano. Non riesco a crederci. E’ successo così talmente in fretta. Scarico il fucile e finalmente prendo fiato, mi rilasso. Lo lego con il guinzaglio del cane e comincio a trascinarlo in direzione della macchina. Ogni dieci metri mi fermo….non è poi così grosso (pesandolo poi scoprirò che era appena 50kg) ma quella corsa mi ha sfinito.

Finalmente arrivo dalla macchina e prima di caricarlo, guardo indietro, cercando di capire dov’era il punto in cui è morto. Non faccio fatica a capirlo: c’è la scia lasciata nel fango, lunga più di duecento metri. Lo carico in macchina a fatica e lo porto a vedere a mio papà, ex-cacciatore.

Il resto….è inutile e scontato: fiumi di parole, fotografie, ecc…ecc….

A questo punto, tutti voi colleghi cacciatori, giustamente, penserete che in fondo in fondo è poi sempre e solo un cinghiale, ed avete completamente ragione. Per me però è stata un emozione indimenticabile perché qui dalle mie parti, dove abito, i cinghiali sono praticamente inesistenti. Riuscire ad incarnierarne uno quindi, credetemi, è stata una cosa straordinaria.

 
 
 
 

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