Non so
perché, il
destino mi
abbia
riservato
nella fase
adolescenziale
la morbosa
passione
venatoria ,
diversa da
quelle di
tanti altri
ragazzi, che
sicuramente
non si
alzavano
alle cinque
del mattino
per seguire
con fervida
fantasia e
immaginazione
le gesta di
un padre,
che
contagiava,
parassitandomi
l’anima, la
mia futura
veste di
cacciatore.
Tra i primi
colpi e
molte
padelle in
un batter
d’occhi mi
ritrovai
matricola,
quando il
letto
morbido e
caldo di
casa mi
accoglieva
dolcemente
dai miei
ritorni
universitari
da Napoli.
Nel ruvido
scorrere
delle rotaie
il treno mi
portava
ipnoticamente,
tra il
vociferare
del vagone,
alla
cacciata
dell’indomani,
alla
compagnia
della mia
famiglia,
idealizzando
nello
sguardo
perso tra le
immagini
allungate
del
finestrino,
luoghi,
suoni,
colori,
profumi e
battute che
si fissavano
così nitide
nell’idea
dei miei
desideri, da
essere
spesso
maledettamente
migliori di
quel che
poteva
essere la
realtà. Una
volta,
ritornato a
casa e
salutati i
miei
genitori
chiesi a mio
padre “Dove
andiamo
domani?”
e mio padre
con tono
deciso mi
rispose “A
CAMMAROTA,
domani c’è
zio Angelo..”.
Felice di
quella
risposta mi
preparai
l’occorrente
per
l’imminente
caccia alla
beccaccia.
Zio Angelo
era uno dei
fratelli di
papà, di
poco più
giovane,
alto, magro
di aspetto
signorile,
cordiale e
affettuoso
con noi
nipoti, per
il quale
nutrivo e
nutro tutt’oggi
un caldo e
vivido
ricordo.
Alle sei
meno dieci
del giorno
successivo
al mio
ritorno
suonò la
sveglia,
come al
solito ero
l’ultimo ad
alzarsi, il
profumo del
caffè
risvegliò i
miei sogni
con il ten
ten
metallico di
alcune
cartucce che
mio fratello
Alberto
maneggiava
nella
penombra
delle scale,
per riempire
i vuoti di
una
cartucciera.
Dalle scale
nella
frettolosa
discesa di
Alberto
sentii
sommessamente,
per non
svegliare
chi in casa
invece
dormiva: “Muoviti
che facciamo
tardi”.
Un balzo e
mi ritrovai
in piedi
velocemente
vestito di
panni e
speranze che
profumavano
di polvere
appena
sparata.
Rapidi gesti
di routine,
caffè,
bagno, e poi
giù in
strada, con
cappello
rovesciato
sul capo,
una camicia
per metà
fuori e con
fucile nel
fodero e
cartucciera
ricca di
tanti
lucenti
bossoli di
ottone,
nuovi di
zecca.
Nella Panda
rossa
singhiozzante
per il
freddo
invernale,
erano in
attesa mio
padre e mio
fratello che
replicando
nuovamente
mi disse ,
non più
sommessamente,
“Quando
ca… ti
muovi? Lo
sai che
dobbiamo
ancora
prendere i
cani e
abbiamo
appuntamento
con zio
Angelo,
Albertone e
Massimo giù
a pozzitelli!?”.
Ingranata la
prima fu un
attimo e
eravamo in
campagna,distante
un paio di
chilometri
dall’abitazione.
Di li a
seguire, nel
bagaglaio
dietro me e
per tutto il
tragitto fu
un tintinnio
di bubboli e
campanelle,
che ad ogni
curva si
facevano
sentire
insieme a
mio padre
che di tanto
in tanto mi
ripeteva “
Hai
segnato la
giornata sul
tesserino?”
La panda
guidata da
Alberto,
trasportava,
nel curve
sghignanti
dell’allora
Macello tre
cani, tre
pointer,
gaia, siria
e giuli, e
al mio
fianco
sedeva Zio
Franco il
più piccolo
dei
fratelli.
Zio chiese
in
pisticcese “ma
dovv sceme’
iosce’ ?”
(ma dove
andiamo
oggi..?)
e papà
rispose “Tenime
cuntient
iangel’e l’
uagliune….,
venenè
appost
appost da
Matera,”;(
accontentiamo
Angelo e i
ragazzi
vengono
appositamente
da Matera..!);
e zio Franco
chiese
intuitivamente
“ a
CAMMAROTA ?”,
consapevole
della scelta
conseguenziale.
Arrivati giù
alla fontana
di
Pozzitelli
trovammo in
attesa da
qualche
decina di
minuti Zio,
Alberto e
Massimo.
Zio
nell’attesa
aveva
riempito
sapientemente
la sua
bottiglia di
acqua e
vedendoci
scendere
dalle curve
esclamò “…
be sono
arrivati !”
Accostandoci
alla panda
verdina con
mio cugino
Alberatone
alla guida
(ognuno dei
sette cugini
omonimi ha
un
nomignolo,
in tal caso
è facile
intuire il
perché di
Alberatone
), mio
fratello
segnalò al
cugino di
accendere e
proseguire
direttamente
per la zona
dove avremmo
poi, una
volta
giunti,
consumato i
saluti
mattutini.
Giunti nella
zona,
parcheggiammo
alla solita
macchia che
rappresentava
e
rappresenta
il portone
d’ingresso
di un
poetico
paesaggio
dantesco, ci
salutammo
tutti e zio
sorridendomi,
come sempre,
scandii
gioiosamente
“Andeniuu”
(Antoniuccio).
Dopo i
soliti
discorsi e
battute
chiuse le
macchine ci
incamminammo
per il
viottolo con
fucili in
spalla e
cani
scorrazzanti
e eccitati
da
emanazioni
misteriose .
Nel
camminare
tra i massi
modellati
dal tempo e
il corso del
torrente
Misegna noi
cugini
ridevamo
alle solite
memorie dei
veterani
fratelli,
che alcuni
passi più
indietro di
noi,e
parecchio di
più con la
memoria
ricacciavano
alla vista
di una
quercia o di
una macchia,
il solito
bottino di
caccia
passata ,
quando le
cartuccie
avevano
profumi
insoliti e
le regine
erano molte.
Uno di noi
disse
“vedrete che
mo che
arriviamo al
passaggio
esce fuori
il ricordo
delle sette
beccacce
frullate
insieme
dalla stessa
macchia”,
neanche
finito zio
Franco mi
disse: “
Antò qua a
zio bril mi
frullò …..”,
e io
precedendolo:“..
sette
beccace, lo
sappiamo zi!”,
risposi
quasi
bruscamente,
sopra le
risate dei
mie cugini e
di mio
fratello.
Passando il
fiumiciattolo
che
costeggiava
il bosco di
querce,
roverelle e
macchie, da
noi chiamato
parco, per
il sostare
delle vacche
nei periodi
di
transumanza,
scorgemmo
alcune orme
di cinghiali
che in
gruppo
rincasavano
nelle loro
lestre dopo
la lunga
discesa
notturna a
valle, nei
coltivi dei
massari. Ve
ne era uno
in
particolare
enorme che
affondava di
alcuni
centimetri i
suoi
unghielli
nel salto
del
torrente.
Preso il
viottolo che
apriva al
paradiso di
dea
beccaccia ,
io segui
papà, mentre
zio Franco,
Alberto e
Albertone
con i loro
cani si
accingevano
ad
insinuarsi
nella fitta
e intricata
boscaglia,
simile ad un
labirinto,
disegnato da
podoliche al
pascolo nel
verde scuro
di quella
fortezza.
Zio angelo
con massimo
preso il
sentiero si
indirizzò
alla sua
solita posta
,che oggi
prende il
suo nome.
Massimo ed
io ci
appostammo
al bordo del
bosco a
ridosso del
torrente che
gorgheggiando
rumorosamente
stringeva,
come una
sciarpa al
collo, la
verde e
imponente
macchia .
Nel sostare
in piedi in
attesa di
sentire
l’urlo di
avviso o il
silenzio dei
bubboli, mi
sentivo
parte
integrante
di quella
pace
rumorosa.
L’acqua nel
suo scorrere
racchiudeva
le voci del
passato. Mi
sembrava
quasi di
sentire
l’urlo di
uno di loro
nel frullo
di una
beccaccia, o
la voce
rauca e
ovattata di
mio padre
nel
richiamare
il suo cane.
Immaginando
tutto ciò,
nel
frattempo i
tordi erano
disturbati
nel loro
riposo e
venivano
sfrullati
dai cani che
con corsa
musicata
animavano il
bosco. I
merli mi
zirlavano
radenti sul
capo.
Massimo
provava a
seguirne uno
con il suo
automatico e
io scorgevo
dal basso il
busto di zio
Angelo che
seminascosto
da un grosso
cespuglio,
dall’alto
scrutava
l’eventuale
fuga di
qualche
rossa
levatasi per
eccesso di
zelo dei
cani.
Nell’osservare
quelle scene
per un
attimo
dimenticavo
di essere lì
per un altro
scopo, ma
era più
forte di me
amavo
osservare
quei piccoli
“quadretti”
animati da
particolari
unici,
irriproducibili
su tela, e
nel seguire
con gli
occhi e le
orecchie
immagini e
suoni di
quella
cacciata,
gia cercavo
inconsciamente
nella
memoria un
cassetto
dove poter
riporre il
ricordo di
quella
domenica.
Bruscamente
ritornai con
la mente e
il corpo
alla posta,
e all’ urlo
di zio
Angelo
balzai
istintivamente
in avanti
con il
fucile
puntato
verso il
bosco. Zio
aveva visto
frullare una
beccaccia
dalla sua
posta, ma la
furbastra
non era
uscita allo
scoperto. “Uaggliù
se mis do
sott ha
ialzat u can
d’ Franc,
stetev
attient”.(
ragazzi si è
rimessa
sotto la mia
posta l’ha
levat il
cane di
Franco,
state
attenti!)
Da li in poi
fu solo un
vociferare e
gridare tra
mio padre e
zio Franco
che come al
solito
coloravano
con ogni
aggettivo le
loro teorie
sul da
farsi.
Raffaeè
mittet da e
non t’ mov”(Raffaele
mettiti in
quel punto e
non
muoverti!).
Dopo un po’
:“ Rafaeè
do’ ca…
vai”; e mio
padre :“ma
statt citt
nu poch magl
mett sott u’
per vicin a
macchie…….
.”( ma stai
zitto mi
metto sotto
il pero
selvatico
vicino i
cespugli!).
Così si
andava
avanti per
giornate,
litigavano
per
banalità,
tipo la
posta, il
disaccordo
sul punto e
c’era o da
morire da
ridere o,
come faceva
mio
fratello,
dai nervi.
Sembravano
Totò,
Peppino e la
mala
femmina.
Dopo un po’
la diatriba
fraterna fu
azzittita
dal fischio
di
attenzione
di Alberto:
“ Fiùfi’
Fiùfi’
Fiùfi’……”,
gaia e siria
erano in
punta, i
campanelli
si erano
fermati .
Attimi di
silenzio
occhi e
fucili
puntati
verso un
immaginaria
ombra rossa,
puntata da
gaia in
catalettica
sicurezza.
La cosa
infatti che
distingue
questo
uccello , la
beccaccia,
da altri
selvatici, e
il suo
mistero. A
volte si ha
l’impressione
di inseguire
il nulla ,
non si sa se
c’è, da dove
potrebbe
sbucare,
sembra quasi
di inseguire
un fantasma
che si fa
beffa di
tutti. Ma ad
un tratto il
fantasma si
materializzò
e nella sua
fuga verso
la salvezza,
fu
accompagnata
da un urlo
di zio
Franco “
A’ bbcacciè!……”,
due colpi “
bom bom” e
qualcunaltro
continuò: “
attient da
for!”
(attenti
fuori).
All’improvviso
vidi un
missile
alato con
una lunga
spada
anteriore
spuntare ad
un tiro e
mezzo tra me
e zio
Angelo,
cercai di
rubare una
stoccata ,
ma era lunga
e l’anticipo
non
sufficiente.
Battute
palmo a
palmo tutte
le possibili
rimesse “la
regina”
sembrava
essere stata
inghiottita
dalla terra,
era tardi e
i cani
stanchi, ma
Alberto non
si arrendeva
e salito
sulle alture
rocciose che
dominavano
il fondo
valle si
erpicava con
gaia e siria
tra ginepri
e macchie
che ancorate
al terreno
sembravano
cadere giù a
picco nel
torrente
Misegna.
Ravvicinati,
ma distanti
forse col
pensiero, io
e zio Angelo
ci
scambiavamo
di tanto in
tanto
qualche
battuta. Zio
amava quel
posto
chissà,
forse perchè
gli
ricordava un
bel momento
della sua
vita, suo
padre,
carnieri
passati
quando la
vita era più
genuina e il
sole aveva
un altro
bagliore
negli occhi.
Credo che
ognuno di
noi stringe
nel cuore e
nella mente
un ricordo
particolare,
un piccolo
segreto
custodito
gelosamente,
e quando
un’immagine
un suono un
profumo si
avvicina ad
una cosa
vissuta già,
il ricordo
scende al
cuore
stimolando
gli occhi ad
appanarsi e
s’avvinghia
in gola.
Sembrava non
tanto venire
li per
cacciare ma
per sperare
di rivivere
qualcosa che
sapeva
essere
irripetibile.
Ma
l’illusione
a volte
spinge
l’uomo a
credere che
anche nelle
cose
impossibili
da vedere o
da credere
possa
esserci il
segreto
della
continuita,
dell’immortalità.
Anche se la
materia
fisica pùò
col tempo
sfumare, il
ricordo di
ciò che è
stato è
incancellabile
in un cuore
nobile e
spesso
rafforza
nelle
memoria le
radici di
una grande
quercia che
anche se
buttata giù
dal vento, è
ancora forte
frondosa e
imponente
negli occhi
di chi la
cerca. Mi
chiese :“ma
Alberto mio
e Ciof (
nomigliolo
di mio
fratello)
sono dentro
con i cani a
zio?”.
Subito
risposi:
“ credo di
si zi!.
Sento i
campanelli
sopra di noi
che stanno
scendendo.”.
E zio
affermò “
E’ difficile
che la
ripigliamo
più, è tardi
e i cani
sono stanchi
e il sole
picchia!”.
In effetti
per essere
dicembre
faceva caldo
e le pesanti
giacche
infastidivano
la nostra
attesa
all’ombra
della
roccia. Era
da una
ventina di
minuti che
con zio
eravamo
fermi a
ridosso
della grande
roccia da
cui
sarebbero
scesi i
nostri
scalatori.
Zio staccò
un ramo di
un arbusto e
lo portò al
naso dicendo
:“sembra
martella…!”
.
Io lo
osservavo
notando un
disinteresse
nella
cacciata, ma
non perché a
zio non
allettasse
l’idea di
incarnierare
una greca ma
per il suo
pessimistico
fare che in
contraddizione
,
sottolineava
viceversa la
voglia di un
bel centro.
Al bordo di
una verde
macchia
osservavo
tutto,
cercavo di
percepire
suoni,
sensazioni,
mosse di chi
stava
battendo con
i cani la
parte alta
del secondo
parco. Nel
din din dei
bubboli
immaginavo
la dea
levarsi e
scendere
verso me e
inspiegabilmente
cercavo di,
come si dice
in gergo,
“affilare”
con il mio
beretta
l’immaginaria
farfalla
rossa. Il
torrente era
proprio
sotto di me
scorreva
lungo come i
pensieri
della gente,
come la
folla di un
paese, solo
che le voci
non erano
umane ma
suoni
insoliti mai
uguali ma
cangianti,
adesso una
pietra, poi
un ramo, ora
il vento che
attenuava il
frrrrrrrrrrrrrrrr,
poi il
silenzio che
lo
amplificava
rendendolo
più
arrabbiato e
urlante.
Era
favoloso,
volendo
usare un
aggettivo di
zio Angelo,
sentirsi
parte
integrante
di una pace
rumorosa ma
pace per il
corpo e la
mente una
sensazione
di
appartenenza
ad un angolo
di terra che
non aveva
mura o
strade non
era casa
nostra, ma
qualcosa di
più. Da
lontano
senti papà
gridare : “Ma
che fine
hanno fatto?”,
neanche
finito di
ascoltare,
sentii un
urlo
scendere
echeggiando
dall’alto e
infrangersi
sulle murge
un qualcosa
che dava
così: “
BCAAAAACC…”
, e l’urlo
continuò
“attiiieeeeent…”
, irrigidito
nell’attesa
cercavo di
vedere ad
ampio
spettro
tutto ciò
che mi
fronteggiava
e con la
coda
dell’occhio
notavo anche
la sagoma di
zio che era
come me in
attesa di
avvistare la
rossa. Dopo
alcuni
secondi
dall’avviso
vidi un
puntino
scendere in
picchiata
verso noi ad
ali piegate
per
affrettare
la fuga per
la salvezza.
Era
velocissima
per un
attimo aprì
le ali per
dare un pò
più di
velocità
alla
picchiata e
lo scuro di
quel puntino
improvvisamente
divenne
rosso
striato di
nero. Fu un’
attimo e al
suono del
vento
tagliato da
uno strano
“sccccccc…”.il
mio beretta
canto il suo
bom
contemporaneamente
al tonfo di
caduta della
beccaccia.
Ero
incredulo
anch’io di
quella
stoccata,
avevo dato
forse due
metri di
anticipo e
l’impatto
del piombo
con il
bersaglio
aveva
lasciato
nell’aria un
nuvolino di
piume che
lievemente
si facevano
trascinare
dal vento ,
come il fumo
di un fuoco
d’artificio.Ci
furono non
so, uno o
due secondi
di silenzio,
secondi in
cui credetti
che il tempo
si fosse
fermato.
Vidi
riportare
alle braccia
il fucile di
zio, molto
vicino a me,
e capii che
avevo rubato
il tempo
alla persona
sbagliata e
nel posto
giusto, il
suo posto.
Raccolta la
dea la
osservai era
bellissima
il piumaggio
rosso scuro
striato di
grigio e
nero, con
due occhi
tondi e neri
come la
notte,
sembrava un
angelo, un
angelo rosso
con il
codino
bianco. Per
un attimo mi
dispiacque
aver rubato
quel colpo
prima che lo
sparasse zio
il quale
scandii il
suo parere “
Mamma me che
cul..
Andeniucc!
Ma ha mirate
almen a zi?
”(Che…..fortuna
Antoniuccio,
ma hai
almeno
mirato?),
e io risposi
“ No zi
agglie sule
anticipat
assaie”(No
zio ho solo
dato molto
anticipo).
E venendomi
incontro mi
disse “ O
valapigliancule….
N’è frecat
na jurnat
sta diavvl.”(Ma
che demonio
sta
beccaccia ci
ha fregato
una
mattinata!).
E aggiunse “
Bravo a zio!”.
Ma in quel
bravo,
intravedevo
un velato e
affettuoso
rimprovero,
che solo con
il tempo ho
capito.
Quella fu
l’ultima
beccaccia
che zio
Angelo
avrebbe
potuto
ammazzare li
nella sua
amata
Cammarota,
prima che la
malattia ce
lo portasse
via. E oggi
al pensiero
di quel
giorno,
quando sono
nello stesso
punto e
nella stessa
situazione
di attesa,
mi sembra
quasi di
rivivere la
scena e
rivedere
quell angelo
rosso ad ali
piegate
scendere in
picchiata e
nello stesso
momento in
cui immagino
ciò il mio
capo si gira
a sinistra,
ma zio non
c’è, i
secondi
passano
lenti mentre
un nodo in
gola mi
stringe ,
gli occhi si
appannano e
lo sguardo
va in cielo,
ma molto
molto più in
su e penso “
Scusami
Zio..!”