La magia della caccia: i cacciatori, i cani, la selvaggina, i fucili, le cartucce

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Autore: Antonio Salomone

Titolo: L'Angelo rosso

racconti di caccia

Non so perché, il destino mi abbia riservato nella fase adolescenziale la morbosa passione venatoria , diversa da quelle di tanti altri ragazzi, che sicuramente non si alzavano alle cinque del mattino per seguire con fervida fantasia e immaginazione le gesta di un padre, che contagiava, parassitandomi l’anima, la mia futura veste di cacciatore. Tra i primi colpi e molte padelle in un batter d’occhi mi ritrovai matricola, quando il letto morbido e caldo di casa mi accoglieva dolcemente dai miei ritorni universitari da Napoli.

Nel ruvido scorrere delle rotaie il treno mi portava ipnoticamente, tra il vociferare del vagone, alla cacciata dell’indomani, alla compagnia della mia famiglia, idealizzando nello sguardo perso tra le immagini allungate del finestrino, luoghi, suoni, colori, profumi e battute che si fissavano così nitide nell’idea dei miei desideri, da essere spesso maledettamente migliori di quel che poteva essere la realtà. Una volta, ritornato a casa e salutati i miei genitori chiesi a mio padre “Dove andiamo domani?” e mio padre con tono deciso mi rispose “A CAMMAROTA, domani c’è zio Angelo..”.

Felice di quella risposta mi preparai l’occorrente per l’imminente caccia alla beccaccia. Zio Angelo era uno dei fratelli di papà, di poco più giovane, alto, magro di aspetto signorile, cordiale e affettuoso con noi nipoti, per il quale nutrivo e nutro tutt’oggi un caldo e vivido ricordo. Alle sei meno dieci del giorno successivo al mio ritorno suonò la sveglia, come al solito ero l’ultimo ad alzarsi, il profumo del caffè risvegliò i miei sogni con il ten ten metallico di alcune cartucce che mio fratello Alberto maneggiava nella penombra delle scale, per riempire i vuoti di una cartucciera. Dalle scale nella frettolosa discesa di Alberto sentii sommessamente, per non svegliare chi in casa invece dormiva: “Muoviti che facciamo tardi”. Un balzo e mi ritrovai in piedi velocemente vestito di panni e speranze che profumavano di polvere appena sparata. Rapidi gesti di routine, caffè, bagno, e poi giù in strada, con cappello rovesciato sul capo, una camicia per metà fuori e con fucile nel fodero e cartucciera ricca di tanti lucenti bossoli di ottone, nuovi di zecca.
Nella Panda rossa singhiozzante per il freddo invernale, erano in attesa mio padre e mio fratello che replicando nuovamente mi disse , non più sommessamente, “Quando ca… ti muovi? Lo sai che dobbiamo ancora prendere i cani e abbiamo appuntamento con zio Angelo, Albertone e Massimo giù a pozzitelli!?”. Ingranata la prima fu un attimo e eravamo in campagna,distante un paio di chilometri dall’abitazione. Di li a seguire, nel bagaglaio dietro me e per tutto il tragitto fu un tintinnio di bubboli e campanelle, che ad ogni curva si facevano sentire insieme a mio padre che di tanto in tanto mi ripeteva “ Hai segnato la giornata sul tesserino?

La panda guidata da Alberto, trasportava, nel curve sghignanti dell’allora Macello tre cani, tre pointer, gaia, siria e giuli, e al mio fianco sedeva Zio Franco il più piccolo dei fratelli. Zio chiese in pisticcese “ma dovv sceme’ iosce’ ?” (ma dove andiamo oggi..?) e papà rispose “Tenime cuntient iangel’e l’ uagliune…., venenè appost appost da Matera,”;( accontentiamo Angelo e i ragazzi vengono appositamente da Matera..!); e zio Franco chiese intuitivamente “ a CAMMAROTA ?”, consapevole della scelta conseguenziale. Arrivati giù alla fontana di Pozzitelli trovammo in attesa da qualche decina di minuti Zio, Alberto e Massimo.

Zio nell’attesa aveva riempito sapientemente la sua bottiglia di acqua e vedendoci scendere dalle curve esclamò “… be sono arrivati !” Accostandoci alla panda verdina con mio cugino Alberatone alla guida (ognuno dei sette cugini omonimi ha un nomignolo, in tal caso è facile intuire il perché di Alberatone ), mio fratello segnalò al cugino di accendere e proseguire direttamente per la zona dove avremmo poi, una volta giunti, consumato i saluti mattutini. Giunti nella zona, parcheggiammo alla solita macchia che rappresentava e rappresenta il portone d’ingresso di un poetico paesaggio dantesco, ci salutammo tutti e zio sorridendomi, come sempre, scandii gioiosamente “Andeniuu” (Antoniuccio).

Dopo i soliti discorsi e battute chiuse le macchine ci incamminammo per il viottolo con fucili in spalla e cani scorrazzanti e eccitati da emanazioni misteriose . Nel camminare tra i massi modellati dal tempo e il corso del torrente Misegna noi cugini ridevamo alle solite memorie dei veterani fratelli, che alcuni passi più indietro di noi,e parecchio di più con la memoria ricacciavano alla vista di una quercia o di una macchia, il solito bottino di caccia passata , quando le cartuccie avevano profumi insoliti e le regine erano molte. Uno di noi disse “vedrete che mo che arriviamo al passaggio esce fuori il ricordo delle sette beccacce frullate insieme dalla stessa macchia”, neanche finito zio Franco mi disse: “ Antò qua a zio bril mi frullò …..”, e io precedendolo:“.. sette beccace, lo sappiamo zi!”, risposi quasi bruscamente, sopra le risate dei mie cugini e di mio fratello. Passando il fiumiciattolo che costeggiava il bosco di querce, roverelle e macchie, da noi chiamato parco, per il sostare delle vacche nei periodi di transumanza, scorgemmo alcune orme di cinghiali che in gruppo rincasavano nelle loro lestre dopo la lunga discesa notturna a valle, nei coltivi dei massari. Ve ne era uno in particolare enorme che affondava di alcuni centimetri i suoi unghielli nel salto del torrente. Preso il viottolo che apriva al paradiso di dea beccaccia , io segui papà, mentre zio Franco, Alberto e Albertone con i loro cani si accingevano ad insinuarsi nella fitta e intricata boscaglia, simile ad un labirinto, disegnato da podoliche al pascolo nel verde scuro di quella fortezza.

Zio angelo con massimo preso il sentiero si indirizzò alla sua solita posta ,che oggi prende il suo nome. Massimo ed io ci appostammo al bordo del bosco a ridosso del torrente che gorgheggiando rumorosamente stringeva, come una sciarpa al collo, la verde e imponente macchia . Nel sostare in piedi in attesa di sentire l’urlo di avviso o il silenzio dei bubboli, mi sentivo parte integrante di quella pace rumorosa. L’acqua nel suo scorrere racchiudeva le voci del passato. Mi sembrava quasi di sentire l’urlo di uno di loro nel frullo di una beccaccia, o la voce rauca e ovattata di mio padre nel richiamare il suo cane. Immaginando tutto ciò, nel frattempo i tordi erano disturbati nel loro riposo e venivano sfrullati dai cani che con corsa musicata animavano il bosco. I merli mi zirlavano radenti sul capo.

Massimo provava a seguirne uno con il suo automatico e io scorgevo dal basso il busto di zio Angelo che seminascosto da un grosso cespuglio, dall’alto scrutava l’eventuale fuga di qualche rossa levatasi per eccesso di zelo dei cani. Nell’osservare quelle scene per un attimo dimenticavo di essere lì per un altro scopo, ma era più forte di me amavo osservare quei piccoli “quadretti” animati da particolari unici, irriproducibili su tela, e nel seguire con gli occhi e le orecchie immagini e suoni di quella cacciata, gia cercavo inconsciamente nella memoria un cassetto dove poter riporre il ricordo di quella domenica.

Bruscamente ritornai con la mente e il corpo alla posta, e all’ urlo di zio Angelo balzai istintivamente in avanti con il fucile puntato verso il bosco. Zio aveva visto frullare una beccaccia dalla sua posta, ma la furbastra non era uscita allo scoperto. “Uaggliù se mis do sott ha ialzat u can d’ Franc, stetev attient”.( ragazzi si è rimessa sotto la mia posta l’ha levat il cane di Franco, state attenti!) Da li in poi fu solo un vociferare e gridare tra mio padre e zio Franco che come al solito coloravano con ogni aggettivo le loro teorie sul da farsi. Raffaeè mittet da e non t’ mov”(Raffaele mettiti in quel punto e non muoverti!). Dopo un po’ :“ Rafaeè do’ ca… vai”; e mio padre :“ma statt citt nu poch magl mett sott u’ per vicin a macchie……. .”( ma stai zitto mi metto sotto il pero selvatico vicino i cespugli!). Così si andava avanti per giornate, litigavano per banalità, tipo la posta, il disaccordo sul punto e c’era o da morire da ridere o, come faceva mio fratello, dai nervi. Sembravano Totò, Peppino e la mala femmina.

Dopo un po’ la diatriba fraterna fu azzittita dal fischio di attenzione di Alberto: “ Fiùfi’ Fiùfi’ Fiùfi’……”, gaia e siria erano in punta, i campanelli si erano fermati . Attimi di silenzio occhi e fucili puntati verso un immaginaria ombra rossa, puntata da gaia in catalettica sicurezza. La cosa infatti che distingue questo uccello , la beccaccia, da altri selvatici, e il suo mistero. A volte si ha l’impressione di inseguire il nulla , non si sa se c’è, da dove potrebbe sbucare, sembra quasi di inseguire un fantasma che si fa beffa di tutti. Ma ad un tratto il fantasma si materializzò e nella sua fuga verso la salvezza, fu accompagnata da un urlo di zio Franco “ A’ bbcacciè!……”, due colpi “ bom bom” e qualcunaltro continuò: “ attient da for!” (attenti fuori). All’improvviso vidi un missile alato con una lunga spada anteriore spuntare ad un tiro e mezzo tra me e zio Angelo, cercai di rubare una stoccata , ma era lunga e l’anticipo non sufficiente.

Battute palmo a palmo tutte le possibili rimesse “la regina” sembrava essere stata inghiottita dalla terra, era tardi e i cani stanchi, ma Alberto non si arrendeva e salito sulle alture rocciose che dominavano il fondo valle si erpicava con gaia e siria tra ginepri e macchie che ancorate al terreno sembravano cadere giù a picco nel torrente Misegna. Ravvicinati, ma distanti forse col pensiero, io e zio Angelo ci scambiavamo di tanto in tanto qualche battuta. Zio amava quel posto chissà, forse perchè gli ricordava un bel momento della sua vita, suo padre, carnieri passati quando la vita era più genuina e il sole aveva un altro bagliore negli occhi.

Credo che ognuno di noi stringe nel cuore e nella mente un ricordo particolare, un piccolo segreto custodito gelosamente, e quando un’immagine un suono un profumo si avvicina ad una cosa vissuta già, il ricordo scende al cuore stimolando gli occhi ad appanarsi e s’avvinghia in gola. Sembrava non tanto venire li per cacciare ma per sperare di rivivere qualcosa che sapeva essere irripetibile. Ma l’illusione a volte spinge l’uomo a credere che anche nelle cose impossibili da vedere o da credere possa esserci il segreto della continuita, dell’immortalità. Anche se la materia fisica pùò col tempo sfumare, il ricordo di ciò che è stato è incancellabile in un cuore nobile e spesso rafforza nelle memoria le radici di una grande quercia che anche se buttata giù dal vento, è ancora forte frondosa e imponente negli occhi di chi la cerca. Mi chiese :“ma Alberto mio e Ciof ( nomigliolo di mio fratello) sono dentro con i cani a zio?”. Subito risposi: “ credo di si zi!. Sento i campanelli sopra di noi che stanno scendendo.”. E zio affermò “ E’ difficile che la ripigliamo più, è tardi e i cani sono stanchi e il sole picchia!”. In effetti per essere dicembre faceva caldo e le pesanti giacche infastidivano la nostra attesa all’ombra della roccia. Era da una ventina di minuti che con zio eravamo fermi a ridosso della grande roccia da cui sarebbero scesi i nostri scalatori. Zio staccò un ramo di un arbusto e lo portò al naso dicendo :“sembra martella…!” .

Io lo osservavo notando un disinteresse nella cacciata, ma non perché a zio non allettasse l’idea di incarnierare una greca ma per il suo pessimistico fare che in contraddizione , sottolineava viceversa la voglia di un bel centro. Al bordo di una verde macchia osservavo tutto, cercavo di percepire suoni, sensazioni, mosse di chi stava battendo con i cani la parte alta del secondo parco. Nel din din dei bubboli immaginavo la dea levarsi e scendere verso me e inspiegabilmente cercavo di, come si dice in gergo, “affilare” con il mio beretta l’immaginaria farfalla rossa. Il torrente era proprio sotto di me scorreva lungo come i pensieri della gente, come la folla di un paese, solo che le voci non erano umane ma suoni insoliti mai uguali ma cangianti, adesso una pietra, poi un ramo, ora il vento che attenuava il frrrrrrrrrrrrrrrr, poi il silenzio che lo amplificava rendendolo più arrabbiato e urlante.

Era favoloso, volendo usare un aggettivo di zio Angelo, sentirsi parte integrante di una pace rumorosa ma pace per il corpo e la mente una sensazione di appartenenza ad un angolo di terra che non aveva mura o strade non era casa nostra, ma qualcosa di più. Da lontano senti papà gridare : “Ma che fine hanno fatto?”, neanche finito di ascoltare, sentii un urlo scendere echeggiando dall’alto e infrangersi sulle murge un qualcosa che dava così: “ BCAAAAACC…” , e l’urlo continuò “attiiieeeeent…” , irrigidito nell’attesa cercavo di vedere ad ampio spettro tutto ciò che mi fronteggiava e con la coda dell’occhio notavo anche la sagoma di zio che era come me in attesa di avvistare la rossa. Dopo alcuni secondi dall’avviso vidi un puntino scendere in picchiata verso noi ad ali piegate per affrettare la fuga per la salvezza.

Era velocissima per un attimo aprì le ali per dare un pò più di velocità alla picchiata e lo scuro di quel puntino improvvisamente divenne rosso striato di nero. Fu un’ attimo e al suono del vento tagliato da uno strano “sccccccc…”.il mio beretta canto il suo bom contemporaneamente al tonfo di caduta della beccaccia. Ero incredulo anch’io di quella stoccata, avevo dato forse due metri di anticipo e l’impatto del piombo con il bersaglio aveva lasciato nell’aria un nuvolino di piume che lievemente si facevano trascinare dal vento , come il fumo di un fuoco d’artificio.Ci furono non so, uno o due secondi di silenzio, secondi in cui credetti che il tempo si fosse fermato. Vidi riportare alle braccia il fucile di zio, molto vicino a me, e capii che avevo rubato il tempo alla persona sbagliata e nel posto giusto, il suo posto.

Raccolta la dea la osservai era bellissima il piumaggio rosso scuro striato di grigio e nero, con due occhi tondi e neri come la notte, sembrava un angelo, un angelo rosso con il codino bianco. Per un attimo mi dispiacque aver rubato quel colpo prima che lo sparasse zio il quale scandii il suo parere “ Mamma me che cul.. Andeniucc! Ma ha mirate almen a zi? ”(Che…..fortuna Antoniuccio, ma hai almeno mirato?), e io risposi “ No zi agglie sule anticipat assaie”(No zio ho solo dato molto anticipo).

E venendomi incontro mi disse “ O valapigliancule…. N’è frecat na jurnat sta diavvl.”(Ma che demonio sta beccaccia ci ha fregato una mattinata!). E aggiunse “ Bravo a zio!”. Ma in quel bravo, intravedevo un velato e affettuoso rimprovero, che solo con il tempo ho capito. Quella fu l’ultima beccaccia che zio Angelo avrebbe potuto ammazzare li nella sua amata Cammarota, prima che la malattia ce lo portasse via. E oggi al pensiero di quel giorno, quando sono nello stesso punto e nella stessa situazione di attesa, mi sembra quasi di rivivere la scena e rivedere quell angelo rosso ad ali piegate scendere in picchiata e nello stesso momento in cui immagino ciò il mio capo si gira a sinistra, ma zio non c’è, i secondi passano lenti mentre un nodo in gola mi stringe , gli occhi si appannano e lo sguardo va in cielo, ma molto molto più in su e penso “ Scusami Zio..!”

 
 
 
 

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