Giovedì 18 gennaio
2007, in compagnia
del mio cane mi sto
dirigendo con tutta
tranquillità nel mio
posto preferito,
alla ricerca della
Regina. Dico Regina,
al singolare, perché
sono convinto che
sarà dura, molto
dura trovarne la
presenza.
Una persona sana di
mente sarebbe stata
comoda sul divano di
casa a pensare ai
fatti suoi, invece
di scarpinare su per
sentieri impervi
alla ricerca “
dell’isola che non
c’è “
Ma, si sa, il fuoco
sacro della dea
Diana arde nelle
vene, e non si può
spegnere solo perché
questo benedetto
inverno non vuole
svegliarsi. ….<.è il
più caldo inverno
che la memoria
conosca, almeno dal
lontano 1860 >
….Cominciava in
questo modo il
servizio di uno dei
tanti, troppi, TG
che ci propina la
tv.
In effetti, sarà
l’inquinamento, sarà
lo spostamento nello
spazio del pianeta,
sarà un evento
ciclico… ma
l’inverno quest’anno
pare veramente
addormentato .
Giovedì diciotto
Gennaio e alla non
poca altezza di
settecento metri,
alle 8 del mattino,
con il cielo terso
non ci sono più di
undici gradi ! Così
proprio non va bene.
Per tutta la
stagione abbiamo
aspettato i nostri
amici tordi che non
si sono fatti
vedere; figuriamoci
se degna di
mostrarsi sua
Maestà .
In ogni caso, tanto
per non perdere la
bellissima abitudine
di respirare aria
pulita, io ed il mio
compagno a quattro
zampe, ci facciamo
questi “quattro “
salti in mezzo al
bosco.
Calpestiamo, il più
silenziosamente
possibile, i
miliardi e miliardi
di foglie di
castano; lui che è a
piedi nudi cerca
furbescamente di
evitare di pungersi
troppo con i ricci
ormai rinsecchiti .
La doppietta pende
dalla mia spalla
destra, scarica ed
aperta. Non ha senso
caricarla, troppo
rischio per nulla;
sarà fatto in un
amen alla bisogna.
Cammino lento, sono
abbastanza rilassato
ed i mie pensieri mi
accompagnano senza
assillarmi troppo;
solo la temperatura
anomala mi fa
sgorgare qualche
gocciolina di sudore
dalla fronte. Mi
tolgo il maglione.
Il cane fa come
sempre il suo dovere
ma ……. trotterella
di qua e di là senza
troppa convinzione;
forse mi ha capito e
si è adeguato.
L’ho sempre fatto,
ma oggi, chissà
perché, mi accorgo
di parlare di più
con il mio cane; il
comico è che non
solo gli indico
alcuni posti dove
vorrei che cercasse,
ma discuto sulla
temperatura anomala
e sul fatto che
quest’anno di
uccelli ne sono
passati poco e
niente. Come se
parlassi con un mio
simile. Sto
diventando matto.
Forse lo sono di
già.
Mi scappa da ridere
Dopo aver dato la
caccia ad un paio di
Merli, anziani del
posto questo è
sicuro, Baloo mi si
attacca alle gambe e
mi chiede la sua
santa razione di
acqua che beve a
“garganella” dalla
borraccia di pelle.
< Oggi non sei
troppo in forma,
vero ciccio. Tu
corri a destra e
sinistra e dopo un
mese che non lo fai
più ti stanchi in
meno tempo, facesse
almeno freddo
normale, ti
stancheresti meno…eh
lo so, anche io sono
in un bagno di
sudore, che ci vuoi
fare, questa volta è
così. Speriamo che
cambi, Comunque i
tuoi fagianoni te li
sei presi anche
quest’anno dai ; se
non trovi Lei… non
ti scaldare và che è
lo stesso…..>
Il comico è che
questo non è stato
un pensiero dettato
in silenzio, ma
parlato a voce
normale, e per di
più rivolto ad un
cane. Se c’è
qualcuno che fa lo
stesso si faccia
avanti. Credo di sì,
i cani da caccia non
sono solo cani, e
noi cacciatori siamo
irrimediabilmente
romantici. Non è
forse così? Non è
forse questo il
bello della nostra
passionaccia ?
Lo stomaco comunque,
caldo o no, stagione
stravolta o no, si
fa sentire ed il
panino, dopo quattro
ore di
gironzolamenti a
vuoto ora pare un
pasto pantagruelico,
da centellinare come
il buon vino
d’annata; seduto sul
solito scoglio
coperto di muschio
verdastro ed odoroso
di buono. Il cane mi
si accoccola vicino
con l’acquolina alla
bocca e metà del mio
pranzo finisce
irrimediabilmente
nelle sue fauci .
Il nostro pranzo è
finito e ci godiamo
il meritato riposo,
personalmente sto
ammirando un
pettirosso che
saltella di ramo in
ramo a pochi metri
da me.
Finito il panino una
bella ( o brutta )
sigaretta mi riempie
bocca e polmoni del
solito maledetto
viziaccio.
Sto pensando proprio
a quanto sono
imbecille a
rovinarmi con le mie
mani, quando il
cane, come fosse una
pantera, si dirige
quasi strisciando
verso un albero di
castano a circa
dieci metri da me.
Ci siamo, penso, e
carico l’arma. Con
fare da marine mi
avvicino al mio
amico che ora sta
puntando fisso un
cespuglietto di
rovi, non muove
nemmeno un muscolo,
eccetto il tartufo
che si sposta da un
lato all’altro
impercettibilmente e
la mascella
delicatamente
mastica l’aria.
Aspetto con
l’adrenalina a mille
almeno tre minuti,
poi, non vedendo
risultato immagino
che sia una ferma in
bianco; anzi proprio
immacolata direi. Mi
decido di andare a
vedere quale
fantasma si nasconde
nel castello di
spine lì davanti
La vedo. Una
splendida Regina mi
guarda impaurita
senza muoversi,
impietrita.
Subito non capisco
il perché non provi
nemmeno a scappare,
ad usare uno dei
suoi stupendi
trucchi per
allontanarsi.
Non mi ci vuole
molto, però, ad
accorgermi che
un’ala, la destra,
posa male sul
terreno e non
regolarmente
appoggiata al corpo
pronta ad aprirsi.
La Regina è ferita.
In un attimo lego il
cane all’albero,
scarico il fucile,
lo appoggio sul
prato e corro a
cercare di prendere
tra le mani quel
magnifico uccello.
Vivo!
Fin troppo facile,
se non fosse per
qualche spina del
suddetto rovo
piantata nel dorso
della mia mano
destra; ma non è
nulla, l’emozione di
avere tra le mani
una beccaccia viva è
troppo forte.
Ad una prima vista
l’ala non pare rotta
da un pallino,
sangue non ne vedo,
nemmeno vecchio. E’
l’unico danno che
riscontro sul corpo
meraviglioso di
quest’uccello, un
poco magro a dire la
verità ; forse è
qualche giorno ormai
che non si nutre.
Non è importante
quanto tempo ho
impiegato ad
arrivare a casa o
quante volte ho
dovuto ripetere il
comando <stai fermo
> al cane che
probabilmente non
capiva il perché
quell’uccello
dovesse viaggiare in
macchina con noi,
sul sedile
anteriore, coperto
da un maglione, e
soprattutto…. vivo.
La casa di sua
Maestà è stata per
tre giorni una
scatola da scarpe,
la sua dieta decine
e decine di larve
del miele, quelle
usate per pescare,
condite da un poco
di pane ammollato
nel latte. Vi posso
assicurare che
gradiva, e molto.
Tre giorni passati a
cercare di capire
cosa aveva causato
la sua infermità,
tre giorni a cercare
un nome adatto alla
sua regalità.
Deciderò di
chiamarla Madame.
Non ho mai capito,
cosa fosse successo,
solo intuito che
avesse potuto
sbattere in qualche
cavo sospeso,
speranza che potesse
riprendersi prima di
morire di stenti,
visto quello che gli
davo da mangiare.
E così fu. La
mattina del quarto
giorno, lunedì,
appena sveglio vado
a sincerarmi che
Madame stia
riposando
tranquilla,.
Appena alzo la
retina che faceva da
tetto alla scatola,
con un balzo
fulmineo ed uno
sbatter d’ali, lo
scolopacide si posa
sul mobile della
sala e mi guarda
severamente con
quell’occhio umido e
lucido.
Sono felice! La sua
ala è guarita,
qualsiasi sia stata
la causa della
momentanea
invalidità.
Per fortuna sono
riuscito a
catturarla ancora e
senza il minimo
danno, nemmeno una
piumetta si era
staccata.
Questa volta la
scatola sarebbe
stata solo un mezzo
di trasporto verso
il suo regno
incontrastato.
In meno di un’ora
sono ancora nel
posto, vicinissimo
al cespuglio di
rovi. E apro per
l’ultima volta la
retina, appartandomi
con discrezione.
Ed eccola lì, un
balzo, uno sbatter
d’ali, ma invece di
scappare lontano mi
vola per due volte
sopra la testa
cabrando delicata e
sicura, mi guarda
con quei suoi
occhioni scuri,
emette un “ pepepé”
e tranquilla si
congeda.
Tornando a casa mi
trovo a pensare: <
ma quel pepepé, non
sarà mica un grazie
? >
Mi piace pensarlo,
certo non lo
scorderò.
Addio Madame, buona
fortuna!