Quando penso alla
stagione venatoria
che si è appena
conclusa, mi immergo
nelle meraviglie
della natura che da
migliaia di anni
tende a
riequilibrare con
sagacia e maestria
tutto quello che
l'uomo nella sua
operosa frenesia
tende a portare al di
fuori degli
equilibri
prestabiliti.
E non occorre
immergersi nei
documentari
dell'impareggiabile
Piero Angela alla
ricerca di
improbabili paesaggi
africani per capire
ciò che ci succede
attorno. La natura
fa il suo corso
nelle savane come
nelle nostre
campagne.
Così assistiamo al
ritorno dei roveti
la dove
l'agricoltore a
smesso di disseccare
o al prosperare
degli incolti la
dove la moderna
economia agraria
definisce
"marginali" certi
appezzamenti. Lì, la
natura in completa
autonomia costruisce
le proprie
cattedrali,
popolando il terreno
con le essenze
vegetali più
proficue che si
danno aspra
battaglia per ogni
centimetro quadrato
di suolo e fornendo
accogliente habitat
per tutte le classi
del regno animale,
insetti, anfibi,
rettili, uccelli e
mammiferi.
Ognuna di esse regna
sovrana sui propri
substrati in
continua bagarre
intraspecifica ed
interspecifica. E la
natura prospera.
Questa regola esiste
da sempre; la natura
nella logica del
riequilibrio si
riprende ciò che le
è stato sottratto, a
volte in maniera
caotica e
devastante, quando
un fiume riprende a
forza il proprio
alveo (e noi la
chiamiamo
inondazione), molto
più spesso in
maniera silenziosa
rivegentando
semplici fossati o
ripe (e noi lo
chiamiamo
infestazione).
Ebbro di questo
concetto "del
riequilibrare"
così consolidato e
fecondo, mi è
sembrato del tutto
naturale, che alle
soddisfazioni
venatorie sulla
selvaggina stanziale
negatemi dal poco
tempo libero
lasciato dal lavoro,
si siano sostituite
elevati
soddisfacimenti alla mia passione
venatoria con uno
dei miti
per eccellenza: la
beccaccia.
Tutto questo in un
anno nel quale a
detta di alcuni il
passo è risultato
anomalo, per taluni
scarso, per molti,
nullo.
Non che io abbia
acquisito
all'improvviso
particolari doti
venatiche nella
ricerca dello
scolopacide, non che
con gli amici
abbiamo frequentato
posti diversi dal
solito, non che gli ausiliari che da
anni ci supportano
abbiano avuto
eccezionali
esperienze
esterofile. Niente
di tutto questo e
una sola certezza:
abbiamo trovato le
beccacce.
Ce le siamo sudate,
arrivando ad alzarle
anche sei volte
prima di poterle
incarnierare.
Per settimane questa
nuova abilità
acquisita è stata
assegnata ad un
fantomatico effetto
portafortuna del mio
nuovo copricapo, la
cui teoria è rimasta
confermata per un pò
di tempo e che
affermava che in mia
assenza gli amici
non facessero
incontri.
Poi anche senza il
nuovo cappello, sono
incappati nella
affascinante ferma
di Sharon che ha
fatto incarnierare
lo scolopacide.
I mesi di novembre e
dicembre ci hanno
allontanato dalla
caccia serrata alla
stanziale, perché il
fascino della
beccaccia abbiamo
costatato essere
un'altra cosa. Non
abbiamo provato
senso di invidia per
coloro che ci
parlavano del
fagiano di là o
della lepre di qua.
Siamo rimasti
stregati dalla
beccaccia, e per
essa ci siamo
cacciati nelle selve
più intrigate che
riservavamo in
passato ai soli
cani.
Adesso ho paura che
l'incantesimo, se
così si può chiamare
rispetto alle
normalità delle
nostre stagioni
venatorie, sia
finito, molto per
colpa mia, che
all'ultima stoccata
su un involo
di beccaccia che
sembrava uscito
dalla mano di Lemmi,
l'ho decapitata.
Quando dopo
affannosa ricerca
Alba la riportata
così come un fagotto
insignificante senza
la sua testa, sono
stato assalito dal
senso di
frustrazione per lo
scempio che avevo
combinato. E sono
andato avanti tutto
il giorno,
rimuginando su
distanza di tiro,
strozzatura,
cartuccia
utilizzata. Tutto
era nella norma per
la beccaccia, così
almeno dice il
raziocinio
balistico, ma il mio
forte timore è che
quello sfregio, così
prepotentemente
perpretrato da
una manciata di piombo
ad una delle icone
più affascinanti
della natura, abbia
allontanato
l'incantesimo.
Se così sarà,
rimarrà, negli
annali assieme al
mito del cappello,
alla passionale
cerca dei cani, al
piacere di aver
potuto vivere certe
gratificazioni con
gli amici di sempre.