La prima volta
che ho sparato
con un fucile,
avevo si e no 6
anni. Ricordo
bene che era una
doppietta a cani
interni, venduta
si e no 8 anni
or sono per un
sovrapposto
della Fabarm con
prima canna
raggiata
(attenzione: non
rigata come
quelle delle
carabine!). Il
mio babbo mi
disse di
stringere forte
il fucile e di
premerlo
altrettanto
verso la spalla,
per sentire
minor rinculo.
Ricordo che da
quanto era peso,
facevo fatica a
imbracciarlo
cercando di
mirare, e poi
bam! Premetti il
grilletto e il
barattolo a cui
miravo rimase
fermo quasi come
se fosse tutt’uno
col ramo
sottostante.
Però fu troppo
esaltante…gli
orecchi che
fischiavano,
l’odore della
polvere da sparo
bruciata, la
spalla che
faceva male..
tutte nuove
emozioni per me,
che avevo sempre
visto il fucile
quasi come lo
vede un
indigeno, il
“Bastone di
fuoco” appunto e
ora sapevo
adoprarlo!
Fin da piccolo
sono sempre
andato dietro al
mio babbo,
quando andava a
caccia,
ovviamente se
potevo andare,
perché quando
andava a caccia
al cinghiale non
mi portava.
Il giorno
dell’apertura
della caccia era
quasi come un
capodanno per
me, il giorno
prima, nel
pomeriggio,
ricordo che mi
mettevo
ritualmente a
guardare la
preparazione
della
cartucciera,
dove venivano
sistemate le
cartucce in
ordine, quelle
con il piombo
del 5, poi del
7, poi del 7 ½ e
così via, poi
c’era da cercare
i panni, gli
scarponi, gli
stivali nel caso
di guazza e alla
cintura mettevo
un coltello
stile Rambo che
paragonato a me
sembrava
portassi una
spada!
La notte poi non
riuscivo a
dormire tanto
ero eccitato, mi
svegliavo prima
che la sveglia
regolata alle
4:30 suonasse,
poi colazione e
via a prendere
Kira al canile,
che quando ci
vedeva arrivare
nel mezzo della
notte capiva già
cosa la
attendeva e si
vedeva che era
contenta matta!
Poi via al posto
di ritrovo
concordato con
amici, dove
spesso c’era già
qualcuno che era
li dalla sera
prima per
prendere il
posto.
E poi dopo le 6
quando si
riusciva a
vedere qualcosa..via..<<Andrea
sciogli il cane!>>.
Comunque per
tirare al mio
primo fagiano ho
dovuto attendere
di essere un po’
più grandicello.
Altra caccia che
mi piaceva era
quando si andava
al passo. Dove
la differenza è
che non hai il
cane, fa più
freddo, stai
fermo dentro al
capannino fatto
li per li di
frasche e
rametti, con il
naso all’insù a
guardare a
destra e
sinistra pronto
a scattare anche
se vedevi un
moscino con la
coda
dell’occhio. Li
mi divertivo
perché quando
andavo il più
delle volte
tiravo io,
comunque state
tranquilli che
erano molte le
padelle! Poi a
metà mattinata,
per fermare la
fame e per
scaldarsi un
po’, era
d’obbligo la
salciccia
arrostita sul
focarello fatto
li per li, succo
di frutta, pane
abbrustolito e
formaggio che
come è buono
mangiato in
queste in
occasioni,
all’aperto, non
lo sarà mai
neanche sulla
tavola del
migliore
ristorante!
Poi viene la
caccia che più
affascina, per
un sacco di
motivi che è
difficile
riassumere in
poche parole. La
caccia al
cinghiale!
La prima volta
avrò avuto si e
no 18 anni, ma
non fu granché,
non mi
entusiasmò.
Restammo una
mezza mattinata
fermi alla posta
senza sentire
niente, tranne
il freddo e il
vento secco che
tagliava le
guance. Poi con
il fatto che
studiavo
all’università,
ho snobbato la
caccia per un
bel po..
Anni dopo, in
una fredda
mattina di
novembre,
eravamo alla
posta, zitti
zitti, io tenevo
la carabina
pronto a sparare
al bestione: non
è come tirare ad
un barattolo,
perché sai che
il barattolo è
rotondo, è
fermo, sotto c’è
un muro, conosci
la distanza..sei
più o meno
sicuro di quello
che fai. Invece
quella mattina
io non sapevo a
cosa andavo
incontro: i
cinghiali li
avevo visti o in
TV correre nei
prati, o
sdraiati sul
retro di un
apino e li ormai
non correvano
più. Inoltre
eravamo in un
fitto bosco,
vicini ad un
fosso e il
rumore
dell’acqua
copriva tutti
gli altri
rumori, poi non
c’erano viottoli
o passi molto
trafficati, il
cinghiale poteva
sbucare da ogni
parte.
Si sentono in
lontananza le
prime fucilate,
cupe e profonde
nel fitto del
bosco, ma con
l’acqua che
scorre, non si
capisce bene da
dove arrivano.
Io mi stavo
preparando al
tiro facendo
delle prove di
imbracciatura
nelle varie
direzioni.
Ancora fucilate
e urla, questa
volta l’hanno
trovato, ma
niente cani che
abbaiano, o
meglio sembra di
sentire
qualcosa, ma
forse è solo
l’acqua che
scorre.
Poi ad un tratto
sento un fruscio
di foglie
secche, eccolo è
lui, nero e
sparato giù per
il bosco davanti
a me, al di la
del fosso, io
imbraccio la
carabina molto
lentamente e mi
preparo al tiro,
poi quando mi è
davanti si ferma
di scatto.
Saranno si e no
dieci metri.
Guardo dentro al
mirino, quello
col punto rosso,
miro tra spalla
e testa e sicuro
del centro
sparo. Frazione
di secondo e il
bestione scappa,
tornando da dove
era venuto, lo
guardo
sbigottito
cercando quasi
di vedere nei
suoi movimenti
un indugio, un
segno di
debolezza, un
segno che era
ferito, che lo
avevo centrato!
Rimango li
imbambolato
senza tentare il
secondo tiro,
tanto ormai il
cinghiale se ne
era andato.
Incredulo mi
giro verso il
mio babbo
altrettanto
diviso tra
incredulità e
sconforto.
Padella!.
Ricostruiamo i
fatti. Il fatto
era che il tiro
era centrale,
solo che nel
cercare il
bersaglio col
punto rosso non
avevo visto i
due ornelli, del
diametro più o
meno di un
bicchiere da
tavola che erano
tra me e il
cinghiale. Il
tronco delle due
piante era
forato da parte
a parte come da
un trapano,
senza
scheggiature o
strappi, e
sempre sullo
stesso asse ma
spostato più in
basso c’era un
buco grande come
un pugno, alla
base di una
grande quercia,
proprio la
quercia che
stava dietro al
bestione, che
per sua fortuna
e per mia
delusione, si è
visto passare il
proiettile sotto
la gola.
Io nell’emozione
della situazione
non avevo
proprio fatto
caso alle piante
che mi si
paravano
davanti. La
versione
ufficiale era
che la padella
l’aveva fatta il
mio babbo, a cui
fu detto <<
le piante non si
mangiano!>>
Sono passati poi
sei anni, prima
che tornassi a
caccia al
cinghiale, quasi
come se avessi
scontato una
pena, vuoi
perché io non
chiedevo di
andare, vuoi
perché qualcun
altro non mi
chiedeva di
andare.
Però quella
vocina, quel
lieve sussurro
che viene da
dentro quasi
fosse scritto
nel codice
genetico, mi ha
sempre tenuto
viva la voglia
di tornare a
caccia al
cinghiale.
Finiti gli
studi, con
decisione ho
detto <<Babbo
quest’anno vengo
tutti i sabato e
tutte le
domeniche>>
e così è stato.