Siamo in una
mattina verso la
metà di
Dicembre, è
freddo e come al
solito siamo
sulla riva di un
torrente, tutto
intorno bosco,
davanti alla
nostra posta c’è
una collinetta
ed alla base ci
sono cinque
possibili
“passi”, da dove
il cinghiale
potrebbe uscire
dal folto della
vegetazione;
alla sinistra si
vede il letto
del torrente che
fa una curva e
nasconde l’altra
posta.
Davanti a noi
improvvisiamo un
piccolo riparo
con delle canne.
Quando sono alla
posta e la
carabina la
tengo io, non mi
piace tenerla a
spalla, quindi
tolgo la cinghia
e la tengo in
braccio per
tutto il tempo,
e alla lunga
devo dire che
stanca.
Dopo un’ora
dall’inizio
della battuta
vengono trovati
i cinghiali, per
radio si sente
che i canai ne
hanno visti due
e sono grossi.
Iniziano a
sparare lontano,
alla nostra
destra per
spingere gli
animali verso le
poste, e
l’adrenalina
sale, non riesci
a controllarla,
il cuore parte e
inizia a battere
sempre più forte
e sono attimi in
cui il tempo
sembra
rallentare.
Faccio prove di
imbracciatura su
ogni “passo”,
poi sentiamo i
cani che passano
davanti a noi,
quindi cala la
tensione, perché
ormai l’animale
è passato. No,
torna indietro
dicono alla
radio, quindi
fucilate su
fucilate sul
versante alla
nostra sinistra.
Ci risiamo,
nervi tesi,
arriva il
cinghiale,
carabina
imbracciata,
basta solo
chinare un po’
il capo, mirare
e premere il
grilletto.
Ma i secondi
passano e la
carabina pesa.
Passano i cani,
quindi neanche
questa volta il
o i cinghiali
non sono venuti
verso le poste.
Mi rilasso e
dentro di me
spero che passi
ad una delle
poste lontano
dalla mia,
perché un’altra
tensione come
quelle di prima
non la reggo.
È
il silenzio
totale, non
spara più
nessuno, forse
il cinghiale è
uscito dalla
cacciata e lo
hanno perso,
continuo a
guardare in
avanti cercando
di filtrare il
rumore
dell’acqua e di
sentire se
qualche cane
abbaia, ma
niente. Poi ad
un tratto vedo
con la coda
dell’occhio
un’ombra scura
alla mia
sinistra, che
salta
dall’argine
dentro al
torrente,
l’acqua schizza
via, è un
cinghiale, sono
frazioni di
secondo,
imbraccio la
carabina e mi
sporgo in avanti
perché nel
frattempo
l’animale è già
sulla sponda
dalla mia parte
e sta per
entrare nel
fitto del bosco.
A
dieci metri da
me, dove è
entrato lui ci
sono dei rovi,
ci sta sparendo
dentro, sparo,
e sento un
sibilo. Forse ho
preso un sasso
con la
pallottola che
ha fischiato “uiiìì”,
invece no, è il
bestione che
colpito alla
mascella sta
come strillando.
E’ ritornato nel
torrente, è
viene verso di
me con la bocca
aperta e
insanguinata,
nel letto del
torrente: miro
alla testa e bam,
il Diavolo Nero
cade e l’acqua
che lo bagna si
tinge di rosso,
ma non è morto,
ci avviciniamo
per vedere,
muove le gambe
posteriori,
quasi come
avesse un tic
nervoso, e
respirando
“ronfa” sempre
più lentamente.
Passano due
minuti arrivano
i cani, che ti
guardano quasi
come per dire
“visto come
siamo bravi” e
si beccano una
carezza che
prendono
volentieri e poi
tornano ad
abbaiare in
cerchio attorno
alla belva ma
nessuno si
avvicina, quasi
come se stessero
aspettando che
fosse il
capobranco a
dare il primo
morso
all’animale.
Ci allontaniamo
perché se il
cinghiale non è
morto è
pericoloso stare
vicino. Infatti
un cane lo morde
da dietro, in un
gesto fulmineo
l’animale si
rizza sulle
quattro zampe e
riparte
incurante dei
cani attorno.
Bam, bam, bam mi
prende di
sorpresa e la
prima fucilata
va a vuoto
nell’acqua poco
sotto la testa,
i secondi due
tiri vanno a
centro nel collo
e questa volta
cade nell’acqua
immobile. Il
bestione è
morto.
Alla scena hanno
assistito le due
poste alla mia
destra, e i
complimenti sul
tiro non sono
mancati. Il mio
babbo ancora
oggi mi dice "come
hai fatto ha
fare quel tiro
li, lo sai solo
te, quando l'ho
visto entrare
nei rovi per me
era già andato
via".
Al solito ho
recuperato un
bossolo
dall’acqua e
c’ho scritto
sopra la data e
il numero ”2°”.