La magia della caccia: i cacciatori, i cani, la selvaggina, i fucili, le cartucce

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Autore: Andrea Vanni

Titolo: Duro a morire

racconti di caccia

Siamo in una mattina verso la metà di Dicembre, è freddo e come al solito siamo sulla riva di un torrente, tutto intorno bosco, davanti alla nostra posta c’è una collinetta ed alla base ci sono cinque possibili “passi”, da dove il cinghiale potrebbe uscire dal folto della vegetazione; alla sinistra si vede il letto del torrente che fa una curva e nasconde l’altra posta.

Davanti a noi improvvisiamo un piccolo riparo con delle canne. Quando sono alla posta e la carabina la tengo io, non mi piace tenerla a spalla, quindi tolgo la cinghia e la tengo in braccio per tutto il tempo, e alla lunga devo dire che stanca.

Dopo un’ora dall’inizio della battuta vengono trovati i cinghiali, per radio si sente che i canai ne hanno visti due e sono grossi. Iniziano a sparare lontano, alla nostra destra per spingere gli animali verso le poste, e l’adrenalina sale, non riesci a controllarla, il cuore parte e inizia a battere sempre più forte e sono attimi in cui il tempo sembra rallentare.

Faccio prove di imbracciatura su ogni “passo”, poi sentiamo i cani che passano davanti a noi, quindi cala la tensione, perché ormai l’animale è passato. No, torna indietro dicono alla radio, quindi fucilate su fucilate sul versante alla nostra sinistra. Ci risiamo, nervi tesi, arriva il cinghiale, carabina imbracciata, basta solo chinare un po’ il capo, mirare e premere il grilletto.

Ma i secondi passano e la carabina pesa. Passano i cani, quindi neanche questa volta il o i cinghiali non sono venuti verso le poste. Mi rilasso e dentro di me spero che passi ad una delle poste lontano dalla mia, perché un’altra tensione come quelle di prima non la reggo.

È il silenzio totale, non spara più nessuno, forse il cinghiale è uscito dalla cacciata e lo hanno perso, continuo a guardare in avanti cercando di filtrare il rumore dell’acqua e di sentire se qualche cane abbaia, ma niente. Poi ad un tratto vedo con la coda dell’occhio un’ombra scura alla mia sinistra, che salta dall’argine dentro al torrente, l’acqua schizza via, è un cinghiale, sono frazioni di secondo, imbraccio la carabina e mi sporgo in avanti perché nel frattempo l’animale è già sulla sponda dalla mia parte e sta per entrare nel fitto del bosco.

A dieci metri da me, dove è entrato lui ci sono dei rovi, ci sta sparendo dentro,  sparo, e sento un sibilo. Forse ho preso un sasso con la pallottola che ha fischiato “uiiìì”, invece no, è il bestione che colpito alla mascella sta come strillando. E’ ritornato nel torrente, è viene verso di me con la bocca aperta e insanguinata, nel letto del torrente: miro alla testa e bam, il Diavolo Nero cade e l’acqua che lo bagna si tinge di rosso, ma non è morto, ci avviciniamo per vedere, muove le gambe posteriori, quasi come avesse un tic nervoso, e respirando “ronfa” sempre più lentamente.

Passano due minuti arrivano i cani, che ti guardano quasi come per dire “visto come siamo bravi” e si beccano una carezza che prendono volentieri e poi tornano ad abbaiare in cerchio attorno alla belva ma nessuno si avvicina, quasi come se stessero aspettando che fosse il capobranco a dare il primo morso all’animale.

Ci allontaniamo perché se il cinghiale non è morto è pericoloso stare vicino. Infatti un cane lo morde da dietro, in un gesto fulmineo l’animale si rizza sulle quattro zampe e riparte incurante dei cani attorno. Bam, bam, bam mi prende di sorpresa e la prima fucilata va a vuoto nell’acqua poco sotto la testa, i secondi due tiri vanno a centro nel collo e questa volta cade nell’acqua immobile. Il bestione è morto.

Alla scena hanno assistito le due poste alla mia destra, e i complimenti sul tiro non sono mancati. Il mio babbo ancora oggi mi dice "come hai fatto ha fare quel tiro li, lo sai solo te, quando l'ho visto entrare nei rovi per me era già andato via".

Al solito ho recuperato un bossolo dall’acqua e c’ho scritto sopra la data e il numero ”2°”.

 
 
 
 

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