La magia della caccia: i cacciatori, i cani, la selvaggina, i fucili, le cartucce

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Autore: Andrea Vanni

Titolo: Tiro a fermo

racconti di caccia

Non è finita qui la mia storia, perché a gennaio mio babbo è stato invitato a cacciare in una riserva di caccia, dove tre volte all’anno organizzano battute di caccia al cinghiale per cercare di contenerne il numero. Arriviamo di buon ora al punto di ritrovo e quando viene il momento di assegnare le poste, rigorosamente per estrazione, conto circa 60 fucili più una ventina di canai, numeri grandi per come siamo abituati noi dalle nostre parti, dove spesso si arriva appena a fare il numero minimo consentito per cacciare.

Ci incamminiamo verso le poste, in fila indiana e rigoroso silenzio: io sono l’unico senza fucile e a chi mi chiede << te bimbo ‘un cel’hai il fucile?>> rispondo << no sono a vedere>>. Non conosco nessuno, solo la persona che ci ha invitato mentre mio babbo e nativo del posto quindi ha un sacco di conoscenti e amici di infanzia tra i cacciatori presenti. Cammina, cammina finalmente arriviamo alla posta. Le poste accanto alla nostra sono molto vicine a noi, si e no a dieci metri.

Siamo lungo un viottolo nel bosco, e gli alberi sono veramente fitti ma per una larghezza di 6-7 metri non ci sono cespugli, è abbastanza pulito, oltre è una fitta ragnatela di vegetazione. Iniziano gli accordi con le poste vicine <<io vedo fino li, te tiri da li a li>>, si stabilisce cioè la zona in cui ognuno può sparare, per non tirare in due allo stesso animale e creare inutili tensioni.

Il mio babbo al solito mi da la carabina, ma io non la voglio, gli dico che ne ho già presi tre e che ora tocca a lui sparare, ma niente da fare. Tiro io.

Inizia la battuta, la zona è grande, i cani sono tanti, insomma c’è da divertirsi.

Si fa un po’ di pulizia davanti alla posta tagliando qualche rametto secco qua e la per liberare la visuale, si fa anche un piccolo riparo davanti a noi per essere meno visibili dall’animale. Io spesso cerco di farmi anche un buon appoggio per i piedi, perché stare alcune ore in piedi con una posizione scomoda stanca molto.

Arriva la prima canizza, ma falso allarme, è un capriolo che ci passa vicino vicino, perché se resti immobile non c’è niente da fare, non ti vedono. Poi quando arrivano i cani stiamo attenti che non seguano il capriolo e li rimandiamo indietro. Altra canizza e fucilate, questa volta me la sento, è il cinghiale. Si avvicinano i cani, il cuore parte come impazzito, da quasi noia, ma poi niente, arrivano i cani fin davanti a noi e tornano indietro senza abbaiare.

<<Lo hanno lasciato>> sussurra il mio babbo. Ma nel fitto del bosco non si vede niente. Restiamo in silenzio. Poi ad un tratto si sente qualcosa che si muove davanti a noi. È lui? Passano circa dieci minuti buoni. Ormai siamo convinti che se prima era la, ora se ne era andato.

Poi ad un tratto sento un rumore di rami e foglie smossi proprio davanti a me, quindi mi metto in posizione di tiro e attendo di vedere cosa è, devo fare attenzione perché potrebbe essere anche un cane che è rimasto indietro agli altri o si è perso, inoltre ce ne sono molti che hanno il pelo nero e nel folto del bosco possono sembrare dei cinghiali, quindi è bene stare molto attenti.

Ancora un fruscio ed eccoti arrivare il bestione che appena un po’ allo scoperto si ferma e ascolta. Si vede appena la testa, cel’ho di fronte e sta guardando verso di me, lentamente prendo la mira e sparo proprio sopra gli occhi. Bam e il cinghiale cade giù.

Solita pacca sulla spalla da parte del mio babbo, che inoltre dice di avermi detto a bassa voce <<tira, tiragli>> ma io sono sicurissimo di non aver sentito nulla! Dalla posta alla mia sinistra si sente <<a che hai tirato?>>. Ci avviciniamo all’animale che giace esanime e lo trasciniamo fino alla nostra posta, è un maschio sui 50 kg un po’ spelacchiato.

La mattina finisce e si riparte tutti in colonna verso il punto di ritrovo dove mangeremo: per la strada gli altri cacciatori mormorano che in tutto sono stati presi tre cinghiali, io girandomi verso mio babbo <<noi la nostra figura s’è fatta!>>. Poi a fine cacciata ho scritto il numero “4” sul bossolo.

 
 
 
 

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