Quando, seduto
nel solito
angolo, al bar
del Paese,
sorseggiava il
suo bicchierino
di grappa
quotidiano e
raccontava delle
sue imprese su
quei diavoli di
pernici, i
compagni lo
stavano a
sentire
estasiati salvo
deriderlo quando
usciva mesto
salutando a
malapena con un
sorriso.
Lo chiamavano
tutti “Il Gaucio”
per quella
stravagante
abitudine di
indossare il
solito vecchio
pastrano di
fustagno, scuro,
lacero, vecchio
di almeno vent’anni,
ma che non
abbandonava mai
quando andava a
caccia.
Il suo nome vero
era in realtà
Giuseppe.
Veniva da
lontano
Giuseppe, si
dice che aveva
navigato per
tutti i mari
conosciuti,
viveva da solo;
e da solo
cacciava.
Nel Paese tutti
lo rispettavano
e gli volevano
bene, viveva con
la sua pensione
da marittimo, in
quella casetta
fuori mano tutta
pitturata di un
azzurro intenso.
Lo vedevi, se
eri fortunato, a
stagione
inoltrata,
uscire verso le
tre del mattino,
con qualsiasi
tempo,
accompagnato da
un cane che lo
adorava e che
non si staccava
mai da lui.
Il suo cane non
era un Setter,
nemmeno un
Breton, un
Pointer o chissà
quale altro; era
un incrocio tale
di cani che ci
sarebbe voluto
l’aiuto di uno
scienziato per
capirne la
provenienza.
Ma era bravo il
cane di Giuseppe
detto “Il Gaucio
“, bravo a
caccia e docile
come pochi
animali sanno
esserlo,
intelligente,
riservato forse
timido; ma
assolutamente
non bello; anche
se piaceva a
tutti.Aveva
quasi dieci anni
Il bicchierino
della grappa, si
vuotava molto
lentamente e lui
seduto nel
solito angolo
raccontava
l’impresa del
giorno prima, la
condiva anche
con suoni che
solo lui poteva
imitare; suoni
del vento, delle
pietre che
rotolavano nel
canalone,
dell’abbaio di
Sam, o dello
sbatter d’ali
dei “diavoli”
come lui
definiva le
Bianche della
Montagna. Solo
un suono non
imitava bene per
niente: era
quello della sua
doppietta a cani
esterni; lo
simulava con una
specie di PUFF
PUFF che faceva
ridere il suo
piccolo
pubblico, quando
per simulare lo
sparo uno
sputacchio di
saliva gli
colava sempre
sul bavero della
giacca, e sempre
dalla stessa
parte.
Non erano bugie
le sue,
d’altronde le
pernici le
portava a valle
e le metteva in
fila sul bancone
del bar; quello
che era
difficile
credere, o
semplicemente
capire, per noi
che stavamo lì a
sentire, era
come e dove le
catturasse,
eppure lo
spiegava per
bene.
Salivano di
quota in piena
notte, Giuseppe
e Sam,
camminando lungo
il sentiero
dietro la
chiesa.
Salivano per
almeno tre,
forse quattro
ore, con
qualsiasi tempo
e cercavano quei
diavoli nel
canalone del
torrente in
quota; sempre
coperto dal suo
pastrano di
fustagno e
seguito da Sam
che non lo
abbandonava un
attimo.
Dieci anni di
età il cane Sam,
almeno ottanta,
ma non si sapeva
con certezza, Il
Gaucio Giuseppe.
Qualcuno,
rischiando anche
la lite cercò di
impedire a
Giuseppe di
salire da solo,
vista l’età, ma
lui irremovibile
non voleva
compagnia.
< vi dico
dove le caccio,
ne catturo
sempre non più
di due la
settimana, vi
lascio la
Montagna tutta
per voi, ma non
voglio altri che
il mio Sam
accanto a me>
Ripeteva sempre
questa frase non
appena qualcuno
provava a dire –
ti accompagno io
domani, anche
senza fucile,
vuoi ? –
<
Assolutamente
NO, ho navigato
per tutti i mari
del Mondo, ho
conosciuto
decine di donne
di malaffare, ho
cacciato in
Paesi e terre
che voi non vi
sognate nemmeno,
ho ucciso anche
animali
pericolosi,
qualche volta ho
provato il vero
terrore, volete
che mi
spaventino l’età
e la Montagna ?>
E aggiungeva:
< Ho visto
morire gli amici
intorno a me
uccisi dai
fucili dei
nemici, e mentre
morivano tra le
mie braccia, mi
chiedevano di
raccontargli
ancora come ho
ucciso il leone>
Una lacrima gli
rigava il volto,
e il solito
sputacchio di
saliva gli
bagnava il
bavero della
giacca, sempre
lo stesso.
Quella sera di
Ottobre al bar
del Paese
c’erano tutti,
dal farmacista
al prete,
persino qualche
forestiero di
passaggio;
fuori, in
strada, non si
poteva stare
visto il vento
gelido e potente
che spazzava le
ultime nubi dal
cielo.
Le stelle ora
pareva fossero a
portata di mano,
la Luna
rischiarava ogni
vicolo quasi
fosse il
preludio a
qualcosa di
grande che di lì
a poco sarebbe
successo.
Nel brusio della
sala, l’oste si
accingeva a
portare due
caffè ad una
coppia di
passaggio; lei
che ascoltava
interessata, lui
che ascoltava
con la luce
negli occhi il
racconto del
Gaucio,
Lo sentivano per
la prima volta.
Lui, cacciatore
di pianura,
cittadino e non
per colpa, si
riempiva delle
parole di quel
vecchio come
fossero state
miele; lei
bevendo il caffè
guardava il
marito quasi con
compassione,
capiva quasi
tutto, come
quasi tutto
aveva imparato
sulla caccia
dall’insegnamento
pedante del
marito.
D’altronde con
chi avrebbe
potuto sfogarsi
quel pover’uomo,
se non
raccontando a
lei la lotta
fatta con il
“mostro “ della
specie Fagiano ?
…
La corta vacanza
per la coppia
che beveva il
caffè, in quel
bar, quella
sera, mentre
fuori era
tempesta, se non
altro sarebbe
stata
piacevolissima
almeno per uno
dei due….La Dea
Diana anche lì
era presente.
Il Gaucio alla
fine si alzò,
finì l’ultimo
sorso della sua
grappa stando
ritto in piedi;
indossò,
compiendo un
giro su se
stesso il
pastrano
consunto e
scuro, mise il
cappellaccio in
testa, guardò il
vecchio cane che
scodinzolando si
alzò da terra e
salutando appena
i presenti si
allontanarono
nella sera,
sbattendo appena
appena la porta
di legno del
locale.
L’uomo lo seguì
con lo sguardo,
togliendo alla
bene meglio
l’appannamento
dal vetro della
finestra di quel
bar, e lo seguì
finche poteva
guardandolo
mentre
imbacuccato nel
suo mantello
saliva la strada
verso quella
casetta un poco
isolata dalle
altre, e il cane
sempre vicino a
lui libero da
ogni collare o
guinzaglio.
Gli pareva di
aver assistito
alla comparsa di
qualche entità
di altro mondo;
sentì
chiaramente gli
altri rimasti al
tavolo
apostrofare quel
vecchietto con
un - quel
l’è matt -.
Si accorse che
era infastidito,
ma non erano
affari suoi.
Il Giorno dopo
si presentava
freddo, il cielo
era terso e di
un blu che solo
la montagna a
volte può
regalare, la
coppia stava
passeggiando
tranquilla al
centro di quel
bellissimo
paesino, ancora
stanca del
viaggio del
giorno prima,
fatto di caldo e
autostrada
intasata.
Nel primo
pomeriggio, si
fermarono su di
una comoda
panchina a
gustare un
gelato squisito.
L’elicottero
tutto rosso, si
posò
rumoreggiando
nel piazzale a
cento metri da
loro e spense il
motore.
L’ambulanza uscì
da un viottolo e
si avvicinò
silenziosa al
velivolo;
scesero una
barella con un
corpo adagiato
sopra….. da
sotto il
lenzuolo i
vacanzieri
videro il lembo
del pastrano
scuro e consunto
scivolare a
basso
La sera nel bar
del Paese, c’era
tanta gente, ma
nessuno
sorrideva,
qualcuno aveva
gli occhi
arrossati per
aver pianto….
Qualcun altro
raccontava il
fatto come solo
in montagna
sanno fare con
rispetto e
discrezione,
senza commenti
aggiunti
Dissero di
averlo trovato
seduto su di un
masso, con la
schiena
appoggiata
all’ultimo
albero del
sentiero, quello
che saliva
dietro la
chiesa, il cane
Sam sdraiato ai
suoi piedi senza
più vita; nelle
mani del Gaucio
c’erano nella
destra due
cartucce di
cartone già
sparate, nella
sinistra un
meraviglioso
maschio di
pernice bianca;
la vecchia
doppietta
appoggiata
aperta allo
stesso albero
Dissero che
sorrideva felice
guardando il suo
cielo con quegli
occhi spenti, la
mano che teneva
la Pernice non
era chiusa, come
volesse offrirla
al primo
passante.
Tornai dopo
tanto tempo in
quel Paese di
montagna, e nel
cimitero vidi
una lapide di
marmo bianco che
così recitava:
QUI RIPOSANO
GIUSEPPE DETTO “
IL GAUCIO” CON
IL SUO AMICO SAM
E L’ULTIMO SUO
DIAVOLO. TI
RICORDEREMO
SEMPRE CARO
VECCHIETTO
STRAMBO. I tuoi
Amici del Bar