La magia della caccia: i cacciatori, i cani, la selvaggina, i fucili, le cartucce

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Autore: Renzo Stella

Titolo: Il gaucio

racconti di caccia

Quando, seduto nel solito angolo, al bar del Paese, sorseggiava il suo bicchierino di grappa quotidiano e raccontava delle sue imprese su quei diavoli di pernici, i compagni lo stavano a sentire estasiati salvo deriderlo quando usciva mesto salutando a malapena con un sorriso.

Lo chiamavano tutti “Il Gaucio” per quella stravagante abitudine di indossare il solito vecchio pastrano di fustagno, scuro, lacero, vecchio di almeno vent’anni, ma che non abbandonava mai quando andava a caccia.

Il suo nome vero era in realtà Giuseppe.

Veniva da lontano Giuseppe, si dice che aveva navigato per tutti i mari conosciuti, viveva da solo; e da solo cacciava.

Nel Paese tutti lo rispettavano e gli volevano bene, viveva con la sua pensione da marittimo, in quella casetta fuori mano tutta pitturata di un azzurro intenso.

Lo vedevi, se eri fortunato, a stagione inoltrata, uscire verso le tre del mattino, con qualsiasi tempo, accompagnato da un cane che lo adorava e che non si staccava mai da lui.

Il suo cane non era un Setter, nemmeno un Breton, un Pointer o chissà quale altro; era un incrocio tale di cani che ci sarebbe voluto l’aiuto di uno scienziato per capirne la provenienza.

Ma era bravo il cane di Giuseppe detto “Il Gaucio “, bravo a caccia e docile come pochi animali sanno esserlo, intelligente, riservato forse timido; ma assolutamente non bello; anche se piaceva a tutti.Aveva quasi dieci anni

Il bicchierino della grappa, si vuotava molto lentamente e lui seduto nel solito angolo raccontava l’impresa del giorno prima, la condiva anche con suoni che solo lui poteva imitare; suoni del vento, delle pietre che rotolavano nel canalone, dell’abbaio di Sam, o dello sbatter d’ali dei “diavoli” come lui definiva le Bianche della Montagna. Solo un suono non imitava bene per niente: era quello della sua doppietta a cani esterni; lo simulava con una specie di PUFF PUFF che faceva ridere il suo piccolo pubblico, quando per simulare lo sparo uno sputacchio di saliva gli colava sempre sul bavero della giacca, e sempre dalla stessa parte.

Non erano bugie le sue, d’altronde le pernici le portava a valle e le metteva in fila sul bancone del bar; quello che era difficile credere, o semplicemente capire, per noi che stavamo lì a sentire, era come e dove le catturasse, eppure lo spiegava per bene.

Salivano di quota in piena notte, Giuseppe e Sam, camminando lungo il sentiero dietro la chiesa.

Salivano per almeno tre, forse quattro ore, con qualsiasi tempo e cercavano quei diavoli nel canalone del torrente in quota; sempre coperto dal suo pastrano di fustagno e seguito da Sam che non lo abbandonava un attimo.

Dieci anni di età il cane Sam, almeno ottanta, ma non si sapeva con certezza, Il Gaucio Giuseppe.

Qualcuno, rischiando anche la lite cercò di impedire a Giuseppe di salire da solo, vista l’età, ma lui irremovibile non voleva compagnia.

 < vi dico dove le caccio, ne catturo sempre non più di due la  settimana, vi lascio la Montagna tutta per voi, ma non voglio altri che il mio Sam accanto a me>

Ripeteva sempre questa frase non appena qualcuno provava a dire – ti accompagno io domani, anche senza fucile, vuoi ? –

< Assolutamente NO, ho navigato per tutti i mari del Mondo, ho conosciuto decine di donne di malaffare, ho cacciato in Paesi e terre che voi non vi sognate nemmeno, ho ucciso anche animali pericolosi, qualche volta ho provato il vero terrore, volete che mi spaventino l’età e la Montagna ?>

 E aggiungeva:

 < Ho visto morire gli amici intorno a me uccisi dai fucili dei nemici, e mentre morivano tra le mie braccia, mi chiedevano di raccontargli ancora come ho ucciso il leone>

Una lacrima gli rigava il volto, e il solito sputacchio di saliva gli bagnava il bavero della giacca, sempre lo stesso.

Quella sera di Ottobre al bar del Paese c’erano tutti, dal farmacista al prete, persino qualche forestiero di passaggio; fuori, in strada, non si poteva stare visto il vento gelido e potente che spazzava le ultime nubi dal cielo.

Le stelle ora pareva fossero a portata di mano, la Luna rischiarava ogni vicolo quasi fosse il preludio a qualcosa di grande che di lì a poco sarebbe successo.

Nel brusio della sala, l’oste si accingeva a portare due caffè ad una coppia di passaggio; lei che ascoltava interessata, lui che ascoltava con la luce negli occhi il racconto del Gaucio,

Lo sentivano per la prima volta. Lui, cacciatore di pianura, cittadino e non per colpa, si riempiva delle parole di quel vecchio come fossero state miele; lei bevendo il caffè guardava il marito quasi con compassione, capiva quasi tutto, come quasi tutto aveva imparato sulla caccia dall’insegnamento pedante del marito. D’altronde con chi avrebbe potuto sfogarsi quel pover’uomo, se non raccontando a lei la lotta fatta con il “mostro “ della specie Fagiano ? …

La corta vacanza per la coppia che beveva il caffè, in quel bar, quella sera, mentre fuori era tempesta, se non altro sarebbe stata piacevolissima almeno per uno dei due….La Dea Diana anche lì era presente.

Il Gaucio alla fine si alzò, finì l’ultimo sorso della sua grappa stando ritto in piedi; indossò, compiendo un giro su se stesso il pastrano consunto e scuro, mise il cappellaccio in testa, guardò il vecchio cane che scodinzolando si alzò da terra e salutando appena i presenti si allontanarono nella sera, sbattendo appena appena la porta di legno del locale.

L’uomo lo seguì con lo sguardo, togliendo alla bene meglio l’appannamento dal vetro della finestra di quel bar, e lo seguì finche poteva guardandolo mentre imbacuccato nel suo mantello saliva la strada verso quella casetta un poco isolata dalle altre, e il cane sempre vicino a lui libero da ogni collare o guinzaglio.

Gli pareva di aver assistito alla comparsa di qualche entità di altro mondo; sentì chiaramente gli altri rimasti al tavolo apostrofare quel vecchietto con un  - quel l’è matt -.

Si accorse che era infastidito, ma non erano affari suoi.

Il Giorno dopo si presentava freddo, il cielo era  terso e  di un blu che solo la montagna a volte può regalare, la coppia stava passeggiando tranquilla al centro di quel bellissimo paesino, ancora stanca del viaggio del giorno prima, fatto di caldo e autostrada intasata.

Nel primo pomeriggio, si fermarono su di una comoda panchina a gustare un gelato squisito.

L’elicottero tutto rosso, si posò rumoreggiando nel piazzale a cento metri da loro e spense il motore.

L’ambulanza uscì da un viottolo e si avvicinò silenziosa al velivolo; scesero una barella con un corpo adagiato sopra….. da sotto il lenzuolo i vacanzieri videro il lembo del pastrano scuro e consunto scivolare a basso

La sera nel bar del Paese, c’era tanta gente, ma nessuno sorrideva, qualcuno aveva gli occhi arrossati per aver pianto…. Qualcun altro raccontava il fatto come solo in montagna sanno fare  con rispetto e discrezione, senza commenti aggiunti

Dissero di averlo trovato seduto su di un masso, con la schiena appoggiata all’ultimo albero del sentiero, quello che saliva dietro la chiesa, il cane Sam sdraiato ai suoi piedi senza più vita; nelle mani del Gaucio c’erano nella destra due cartucce di cartone già sparate, nella sinistra un meraviglioso maschio di pernice bianca; la vecchia doppietta appoggiata aperta allo stesso albero Dissero che sorrideva felice guardando il suo cielo con quegli occhi spenti, la mano che teneva la Pernice non era chiusa, come volesse offrirla al primo passante.

Tornai dopo tanto tempo in quel Paese di montagna, e nel cimitero vidi una lapide di marmo bianco che così recitava:  QUI RIPOSANO GIUSEPPE DETTO “ IL GAUCIO” CON IL SUO AMICO SAM E L’ULTIMO SUO DIAVOLO. TI RICORDEREMO SEMPRE CARO VECCHIETTO STRAMBO. I tuoi Amici del Bar

 
 
 
 

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