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“Combattere
la caccia significa danneggiare la nostra
agricoltura” è quanto affermato dal
senatore Franco Orsi (Pdl), dopo lo stralcio
dell’articolo 16 della Comunitaria, avvenuto lo
scorso 20 maggio. In un articolo pubblicato su
“La Nazione” del 2 giugno, a firma della
collaboratrice del nostro blog, Valeria
Bellagamba, Orsi afferma: “S’è persa
l’opportunità di risolvere, recependo la
normativa europea, il problema degli storni.
Questa specie,
infatti, non è cacciabile in Italia, nonostante
rappresenti un vero flagello per la sicurezza
dei cittadini e per l’agricoltura. È singolare
che non si ricordi in sede di Comunitaria che il
testo che era uscito del Senato avrebbe
contribuito non poco a risolvere il problema
degli storni, che sono una falcidia per
l’agricoltura, un problema sanitario per le
nostre città, e un problema di sicurezza per il
volo aereo”. Il senatore, relatore del progetto
di modifica alla 157/92, si è detto preoccupato
per il voto del 20 maggio “per il fatto che alla
Camera il mio stesso partito si sia fatto un può
travolgere dalle campagne giornalistiche e
medianiche.
C’è da notare che
nelle stesse motivazioni che ha dato allo
stralcio Italo Bocchino non ho letto ostilità
verso la riforma, ma che questo tema lo
affronteremo in sede di modifica alla legge
italiana 157/92 e non nella Comunitaria, che
comunque era la sede più opportuna. Ora si
prosegue con la discussione generale e si naviga
a vista. Dobbiamo anche capire se c’è una
maggioranza sulla riforma, soprattutto sapendo
che tutto il Pd è contrario. All’interno della
maggioranza di Governo bisognerà serrare le
file, perché ha preso piede un po’ di emotività
ambientalista e animalista”.
L'intervista integrale .....
Il
senatore Orsi (Pdl) sulle direttive comunitarie
L’emotività anticaccia danneggia l’agricoltura:
ne è convinto il senatore Franco Orsi (Pdl), che
commenta così lo stralcio all’articolo 16 della
legge comunitaria sulla caccia. «In tempi di
crisi economica - spiega Orsi (nel tondo) -
mentre tutti, lavoratori e datori di lavoro,
cercano di trovare soluzioni e strategie per
superare questa difficile congiuntura, anche la
politica dovrebbe affrontare con lucidità le
sfide che pone il presente: superare questo
momento con il minor numero possibile di
licenziamenti, fallimenti, perdite economiche e
disagi sociali. Dovrebbe, perché capita a volte
che i nostri rappresentanti prendano decisioni
antieconomiche, spinti da una sorta di pudore
pre-elettorale e dall’ideologia, che oggi, nel
nostro paese, continua a pesare più dei fatti. È
accaduto anche lo scorso 20 maggio, quando la
Camera ha bloccato gli emendamenti alla
comunitaria sulla caccia». Su iniziativa del
capogruppo del Pdl, Italo Bocchino, è stato
infatti proposto, e poi approvato dalla Camera,
lo stralcio dell’articolo 16 (la parte della
Comunitaria che riguarda la caccia).
DOMANDA - Senatore
Orsi, cosa cambia dopo l’approvazione di questo
stralcio?
RISPOSTA
-
«S’è persa l’opportunità di risolvere, recependo
la normativa europea, il problema degli storni.
Questa specie, infatti, non è cacciabile in
Italia, nonostante rappresenti un vero flagello
per la sicurezza dei cittadini e per
l’agricoltura. È singolare che non si ricordi in
sede di Comunitaria che il testo che era uscito
del Senato avrebbe contribuito non poco a
risolvere il problema degli storni, che sono una
falcidia per l’agricoltura, un problema
sanitario per le nostre città, e un problema di
sicurezza per il volo aereo».
DOMANDA - Come
nasce questo articolo 16?
RISPOSTA
-
«Il testo venne presentato dal precedente
Governo. Era un testo totalmente ostile
all’attività venatoria e poco attento alle
esigenze del mondo agricolo. Quell’articolo
avrebbe provocato, per esempio, l’impossibilità
dei ripopolamenti di starne e avrebbe
determinato il divieto di disturbo dei
cinghiali, altro grande flagello
dell’agricoltura. Gli interventi fatti dal
Senato sui nostri emendamenti portarono alla
corretta applicazione della direttiva
comunitaria.
Si prevedeva, infatti, che ogni singola specie
venisse cacciata in funzione del proprio ciclo
biologico, garantendo quindi una piena tutela
nelle fasi di fragilità biologica delle singole
specie, come la migrazione pre-nuziale e la
nidificazione, e consentendo che la caccia si
potesse esercitare quando non c’erano queste
fragilità.
Contrariamente a quello che è stato più volte
detto, la direttiva apriva la possibilità per
alcune specie di avere una o due decadi a
febbraio, nello stesso tempo era ipotizzabile
che su altre specie la caccia fosse ridotta al
31 gennaio. Tutto il percorso dell’articolo 16
inizia con un gravissimo pregiudizio per la
caccia e con poca considerazione per le esigenze
del mondo agricolo, continua con il pieno
recepimento della normativa europea e finisce
con un nulla di fatto.
Quello che è avvenuto lo scorso 20 maggio, cioè
il fatto che gran parte della maggioranza ha
condiviso con il Pd lo stralcio e quindi non si
è colta l’opportunità di realizzare davvero le
regole dell’Unione Europea sulla caccia in
Italia, è comunque una sconfitta per chi pensa
ad una gestione della caccia basata sui principi
scientifici e non sull’emotività».
DOMANDA - Quali
saranno gli effetti di questo voto sulle
modifiche alla legge sulla caccia?
RISPOSTA
-
«Non cambia assolutamente nulla nel percorso
della riforma. L’adeguamento alla direttiva
europea è contenuta nella riforma, che ora
lentamente procede al Senato. Vedremo cosa
accadrà. Davanti al voto del 20 maggio esprimo
comunque preoccupazione, per il fatto che alla
Camera il mio stesso partito si sia fatto un può
travolgere dalle campagne giornalistiche e
medianiche.
C’è da notare che nelle stesse motivazioni che
ha dato allo stralcio Italo Bocchino non ho
letto ostilità verso la riforma, ma che questo
tema lo affronteremo in sede di modifica alla
legge italiana 157/92 e non nella Comunitaria,
che comunque era la sede più opportuna. Ora si
prosegue con la discussione generale e si naviga
a vista. Dobbiamo anche capire se c’è una
maggioranza sulla riforma, soprattutto sapendo
che tutto il Pd è contrario. All’interno della
maggioranza di Governo bisognerà serrare le
file, perché ha preso piede un po’ di emotività
ambientalista e animalista».
DOMANDA - Secondo
lei perché oggi è così difficile parlare di
caccia anche in sede istituzionale?
RISPOSTA
-
«Il problema serio è che su questi temi per
troppi anni il mondo venatorio e quello agricolo
non si sono preoccupati di comunicare, di
parlare con la società. Altrimenti non saremmo
in queste condizioni, in nessun altro paese
europeo si sarebbe visto un dibattito a senso
unico soltanto contro l’attività venatoria. Il
mondo venatorio è diviso, le associazioni
venatorie sono incapaci di trasmettere
all’opinione pubblica i loro messaggi e i mass
media a senso unico raccolgono soltanto la voce
dell’animalismo radicale.
Siamo di fronte ad una disinformazione totale
che confonde le cose e che crea sull’opinione
pubblica ostilità nei confronti della caccia.
Non si pensa poi alle esigenze del mondo
agricolo, che sono la prima ragione per cui
bisogna fare la riforma, visto che i danni da
fauna sono un problema economico enorme.
Bisogna che queste problematiche escano dalle
pagine locali e arrivino sulle pagine dei
giornali. Oggi la produzione agricola è
falcidiata dai danni prodotti dalla fauna
selvatica.
Bisognerà pur che di queste cose si cominci a
parlare anche in Parlamento, non soltanto nelle
cronache locali, dove si racconta di cinghiali
che devastano i campi o si raccoglie la
disperazione degli agricoltori».
DOMANDA - In questo
modo quindi si è andati anche contro ora gli
interessi di alcune categorie di cittadini?
RISPOSTA
-
«Di tutti i cittadini, perché il problema del
controllo e della gestione della fauna selvatica
non è solo un problema dei cacciatori o degli
agricoltori, ma di tutta la società italiana.
Soltanto che queste cose non vengono dette.
Il 20 maggio, alla Camera dei deputati, nessuno
ha avuto la capacità, neppure chi ha presentato
l’emendamento, di dire che è necessario dare un
contributo, come vuole l’Unione Europea, per
risolvere un problema come quello degli storni».
di Valeria Bellagamba - Greentime |